Sunday, January 28, 2007

PACIFISTI USA in CORTEO a GUANTANAMO >>> 12-1-2007 <<< fonte : http://www.granma.cu/italiano/2007/enero07/vier12/guantanamo-it.html

L’Avana. 12  Gennaio 2007

 

<<Nel mio paese trattano meglio i cani che i prigionieri di Guantánamo>>


• Ha assicurato Cindy Sheehan in un corteo-veglia di protesta realizzato nei pressi della base navale Usa a Cuba <<<

Granma Int. <<<– Se negli Stati Uniti i cani venissero trattati con la crudeltà con cui vengono trattati i detenuti nel carcere di Guantánamo, si produrrebbe sicuramente una sollevazione popolare da parte dei padroni di questi animali, ha enfatizzato la pacifista Cindy Sheehan, il cui figlio Casey è stato ucciso in Iraq nel 2004.

Mamma pace, com’è conosciuta l’antimilitarista nordamericana, ha guidato giovedì un corteo-veglia nei pressi dell’enclave militare per chiedere la fine delle torture e la chiusura del tenebroso carcere, situato in un territorio illegalmente occupato dal governo yankee contro la volontà del popolo cubano.

La protesta ha coinciso con il quinto anniversario dell’apertura della detta prigione, dove vengono tuttora illecitamente detenute 400 persone, sottoposte a torture, abusi ed alle più inumane condizioni di vita.

“In memoria di mio figlio e di tutti coloro che possono essere salvati dalla morte, rivolgo un appello al presidente Bush affinchè fermi l’odio, la menzogna, la violenza e chiuda questo carcere che tanto danno ha fatto al popolo nordamericano, oltre a contribuire a rendere il mondo più insicuro”, ha espresso la Sheehan.

I più di 10 componenti della delegazione internazionale di pacifisti hanno assicurato che i loro cuori sono vicini a Zohra Zewawi, anche lei presenti alla manifestazione e madre del giovane libico Omar Deghayes, prigioniero da circa cinque anni nell’enclave militare.

Zohra, con il volto segnato dall’angustia e dal dolore, ha esortato le madri con figli reclusi a Guantánamo a non perdersi d’animo nella lotta per la liberazione dei loro cari.

La protesta pacifista è avvenuta poche ore dopo l’annuncio da parte di Bush dell’invio di più di 20.000 soldati verso l’Iraq ed è stata sostenuta da manifestazioni a Londra, Birmingham e in altre città del mondo.

La veglia è iniziata con una funzione religiosa, che ha visto l’intervento dei reverendi cubani Raúl Suárez (direttore del Centro Martin Luther King), Carlos Rivero, Amelio Palmero e Asael Corrales, membri del Consiglio delle Chiese di Cuba.

 

 

- Intanto ricordiamo che quasi quotidianamente negli USA si stanno tenendo grandi mobilitazioni contro l’invio di nuove truppe in iraq, fortemente voluto da W. Bush, dove partecipano anche veterani della prima ondata (2003) dell’ attacco in Iraq, e le mobilitazioni si stanno estendendo non solo nel centralismo stato di Woscinghton, ma anche in California, e persino nel prediletto Texas di Bush padre figlio e C.

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Wednesday, January 24, 2007

IL PERICOLO HA UN NOME : DOLLARO !

Crescono le tensioni valutarie e si intensificano i venti di guerra - Sia della destra sia della sinistra la finanziaria è sempre una stangata

Lo scorso mese di dicembre, a 5 anni dalla sua entrata in circolazione, l’euro ha scavalcato il dollaro nell’ammontare delle banconote in circolazione. Ad annunciare il sorpasso è stato il Financial Times che in un articolo pubblicato in prima pagina alla fine dello scorso anno ha fornito gli ultimi dati relativi al circolante delle due monete. Secondo il giornale della City, le monete e banconote in euro che circolano sui mercati sono stati nell’ultimo mese pari a 800 miliardi di dollari (circa 610 miliardi di euro), mentre i biglietti verde emessi dal dipartimento del Tesoro statunitense sono stati 795 miliardi di dollari. Sono sostanzialmente due i motivi tecnici del sorpasso dell’euro nei confronti del dollaro nell’ammontare del circolante: in primo luogo occorre considerare che la popolazione dei paesi che utilizza la nuova moneta europea è più numerosa rispetto a quella degli Stati Uniti, inoltre incide in maniera determinante la tendenza degli statunitensi a utilizzare maggiormente la moneta elettronica (carte di credito e di debito) rispetto agli europei. Si tratta di un sorpasso quasi simbolico da parte della moneta europea, ma sintomatico di un quadro monetario e quindi imperialistico in cui il dollaro è sempre di più in grosse difficoltà nel mantenere quel ruolo dominante nel panorama valutario internazionale.

Secondo molti commentatori borghesi il deprezzamento del biglietto verde è dovuto in massima parte a fattori contingenti, come il fisiologico rallentamento dell’economia e la vittoria dei democratici nelle elezioni di medio termine, che dovrebbero esaurire i propri effetti nel volgere di pochi mesi. Secondo questi osservatori nella seconda metà del 2007 la moneta americana dovrebbe subire un discreto apprezzamento tanto che la sua quotazione potrebbero raggiungere 1,20 dollari per un euro, ossia la stessa che aveva prima dell’inizio dell’attuale discesa.

Se andiamo più nel dettaglio della situazione economica statunitense possiamo invece osservare che il dollaro è ancora, nonostante l’attuale deprezzamento, fortemente sopravvalutato. Se in questi ultimi decenni la moneta americana non ha subito un crollo (svalutazione che sarebbe stata invece più che giustificata dai principali parametri dell’economia statunitense) ciò è dovuto alla forza dell’imperialismo statunitense che trae alimento anche dal ruolo giocato dal dollaro nel sistema monetario internazionale.

Ma alcuni nodi stanno arrivando al classico pettine, e anche per gli Stati Uniti si profilano tempi in cui o si onoranore i debiti o si fallisce. E’ non sono debiti da poco visto che solo quello con l’estero supera del 30% il valore del prodotto interno lordo statunitense; tradotto in numeri significa che la più grande economia al mondo ha contratto con gli altri paesi debiti per un ammontare superiore a 10 mila miliardi di dollari, una vera e propria montagna che rischia di franare e travolgere l’economia americana e con un effetto domino anche quella mondiale. Se al debito estero aggiungiamo il disavanzo commerciale, che negli ultimi tre mesi ha fatto registrare passivi record, possiamo ben capire come la situazione per l’economia statunitense e per il dollaro non sia proprio delle migliori. I due deficit gemelli sono stati finora finanziati grazie al flusso costante di capitali provenienti dall’estero. In maniera particolare il Giappone e la Cina sono i paesi che più di ogni altro hanno contribuito a finanziare i due deficit, esportando negli Stati Uniti merci ed acquistando titoli di stato, obbligazioni o semplicemente investendo sulla piazza finanziaria di New York.

Il potere del dollaro sui mercati valutari è anche determinato dal fatto di rappresentare la moneta più importante nelle riserve delle banche centrali di tutti i paesi del pianeta. Oltre il 65% delle riserve valutarie è denominato in dollari; tutto questo si traduce per gli Stati Uniti nella possibilità di ricevere merci e capitali semplicemente stampando dollari. Negli ultimi anni il peso del dollaro nelle riserve valutarie delle varie banche centrali è rimasto tutto sommato costante, anche se l’euro ha aumentato la propria quota in questi ultimi 5 anni passando dal 18% al 25%, con un’ascesa costante a scapito di altre monete come lo yen o il franco svizzero.

Ma è il rapporto con il prezzo del petrolio che ha contribuito in questi ultimi decenni a conferire al dollaro quello status di dominatore incontrastato nel sistema monetario internazionale. Il dollaro è riuscito a mantenere il proprio valore anche grazie all’alto prezzo del petrolio di questi ultimi anni, e non è un caso che da quando è finita la speculazione sul prezzo del greggio in questi ultimi mesi il valore del dollaro è inesorabilmente sceso.

Se il dollaro è stato il principale strumento attraverso il quale gli Stati Uniti hanno imposto, e tuttora impongono, al resto del mondo il proprio dominio imperialistico, un ridimensionamento del suo costituisce un enorme pericolo per gli interessi statunitensi e la loro supremazia.

Come spesso accade nella storia le potenze imperiali in crisi, pur avendoi motivi della loro crisi origine interna, sono destinate a crollare o quantomeno a ridimensionarsi sotto il colpo di grazia inflitto loro da altre potenze cocnorrenti. Se consideriamo ora la situazione degli Usa e della propria moneta possiamo agevolmente osservare come su scala mondiale stiano maturando tutta una serie di condizioni affinché il dollaro sia scalzato dal suo ruolo dominante, o quanto meno subisca un ridimensionamento tale da mettere in pericolo gli interessi imperialistici degli Stati Uniti. Un primo segnale in tal senso arriva proprio dalla Cina, il paese con le maggiori riserve valutarie in dollari al mondo. Pochi mesi fa e la sua banca centrale ha annunciato che intende riconvertire in euro una quota importante di esse e su questa scia della Cina si sono accodati anche altri paesi, tra i quali il Giappone.

L’altro fronte è quello del petrolio. Sono sempre più insistenti le pressioni di alcuni paesi esportatori di petrolio che esigono di essere pagati in euro anziché in dollari e l’Iran è il capofila di questa cordata che, così facendo, minaccia di rompere l’egemonia del dollaro negli scambi internazionali.

Riduzione delle riserve valutarie e fine del monopolio del dollaro nel commercio internazionale e del petrolioin particolare sono due fattori che rischiano di mettere in fortissimo rischio tutto il meccanismo di appropriazione della gigantesca rendita finaziaria su cui si basa il dominio imperialistico statunitense. Prevenire questo rischio è dunque per gli Usa, che restano pur sempre la maggiore potenza militare del mondo, di vitale importanza pertanto non è difficile prevedere che con il crescere delle tensioni monetarie spireranno sempre più forti anche i venti di guerra e che a farne le speses saranno come sempre i proletari, vittime sacrificali sull’altare del dio profitto.

 

PARTITO COMUNISTA INTERNAZIONALISTA (BATTAGLIA COMUNISTA)

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Tuesday, January 16, 2007

GOVERNO PRODI, GOVERNO DEI PADRONI !

Non è cambiato niente rispetto alla politica imperialista di Berlusconi
Il governo Prodi non condanna il bombardamento Usa in SomaliaNon è sufficiente la “contrarietà” di D’Alema. Rifondazione copre a sinistra il governoLe reazioni del governo Prodi al criminale atto di pirateria internazionale degli Usa contro la Somalia sono state a dir poco deboli, insufficienti e servili, e perciò assolutamente inaccettabili da parte di un governo che si autoproclama di “sinistra” e che si vanta di aver voltato pagina rispetto alla politica filoamericana di Berlusconi. Gli infernali bombardamenti di alcuni villaggi nel sud del paese africano, che con la scusa di dar la caccia ai “terroristi” di Al Qaeda hanno provocato decine e forse centinaia di vittime civili, è stato declassato ipocritamente a “operazione militare” in una nota diplomatica emessa dalla Farnesina, e solo per ribadire semplicemente la “contrarietà dell’Italia ad iniziative unilaterali che potrebbero innescare nuove tensioni in un’area già caratterizzata da forte instabilità”, e anche perché “tali operazioni comportano inoltre un elevato costo in termini di vittime innocenti tra la popolazione civile”.Il nostro ministero degli Esteri, in sostanza, non protestava per l’atto banditesco e criminale in sé, in quanto aggressione armata imperialista di stampo nazista, attuata dagli Usa in spregio alle più elementari e consolidate regole del diritto internazionale, ma esprimeva solo disappunto per il carattere unilaterale e “controproducente” dell’ “operazione” dell’alleato americano, e per le “troppe” vittime civili. D’Alema si è anzi non soltanto guardato bene dal mettersi in aperta collisione con Washington, pesando col bilancino le parole affinché la posizione del governo italiano non apparisse eccessivamente critica, ma ha addirittura usato l’accortezza diplomatica di inviare la nota al dipartimento di Stato americano prima di diffonderla alla stampa, in segno di servile reverenza verso la sua “amica” Condoleezza Rice. Ciononostante, per nulla ammansita, quest’ultima ha fatto rispondere a muso duro da un suo incaricato che “gli esponenti del nostro governo coinvolti negli sforzi antiterrorismo sono pagati per fare scelte difficili”, augurandosi che le critiche degli alleati “si plachino quando saranno disponibili ulteriori informazioni”.Quello che il rinnegato a capo della Farnesina voleva far capire all’alleato d’oltreoceano, più che altro, era che con i suoi brutali sistemi da sceriffo internazionale rischia di mandare a gambe all’aria il lavoro del Gruppo di contatto per la Somalia, di cui anche l’Italia fa parte accanto agli Usa e ad altri Paesi europei, per l’attuazione della risoluzione 1725 dell’Onu che mira a coprire l’invasione etiopica e stabilizzare un regime filo occidentale a Mogadiscio con l’invio di truppe internazionali: “Riteniamo che le istituzioni internazionali, ivi comprese quelle a carattere regionale, debbano moltiplicare i propri sforzi per favorire un processo di pacificazione interno e tra i paesi confinanti”, concludeva infatti la nota diplomatica diffusa da D’Alema, pensando evidentemente al rischio che l’improvvisa escalation militare impressa dagli Usa possa restringere gli spazi di manovra che si erano aperti per il reinserimento della politica neocoloniale italiana nel Corno d’Africa.A dargli manforte su questa linea è intervenuta anche la sua vice-ministra Patrizia Sentinelli, di Rifondazione, che nel definire “molto grave” l’intervento militare americano ha insistito sul fatto che “la ripresa del dialogo e del negoziato che abbiamo richiesto con vigore (come governo italiano, ndr) deve prendere il posto delle armi. Ulteriori azioni militari in quel paese non possono infatti che complicare ulteriormente la soluzione di una crisi difficile e complessa”. Stessa musica anche da parte dello stesso presidente del Consiglio, che in un’intervista a France 24, la Cnn francese, ha dichiarato che “i raid aerei in Somalia sono un intervento che non ci voleva”, perché così “si moltiplicano i problemi con i paesi, Medio Oriente, Iraq, Libano ed oggi la Somalia, mentre è il momento di prendere decisioni concertate e multilaterali”.Una posizione, questa di Prodi, altrettanto ipocrita e opportunista di quella di D’Alema, ma più che sufficiente per il capogruppo di Rifondazione trotzkista al Senato, Russo Spena, per spellarsi le mani nel plaudire al “nuovo corso imboccato dalla politica estera italiana grazie al governo di centrosinistra” di cui, a suo dire, “le critiche mosse dal presidente del Consiglio agli Usa sono un segnale concreto”. Ma quando mai? La non condanna dei criminali raid americani, attuati in tutta evidenza come precedente per altri e più pericolosi interventi internazionali dell’imperialismo a stelle e strisce, conferma se ce ne fosse ancora bisogno la sudditanza del governo di “centro-sinistra” al governo di Washington: né più né meno di quando c’era il governo Berlusconi, rispetto al quale non è cambiato nulla in politica internazionale, eccetto una maggior cautela nel cercare di ammantare quest’ultima con il “multilateralismo”, nel restare agganciati all’imperialismo europeo e nell’avere sempre la copertura della “sinistra radicale”. Ma sempre facendo bene attenzione a non guastare i rapporti “strategici” con l’alleato d’oltreoceano. Non per nulla, per rabbonirlo e stornare i possibili sospetti di “appeasement” con il mondo islamico (e anche di concorrenza europea in una sua tradizionale sfera d’influenza), D’Alema in visita a Riad si è affrettato a dichiarare che “siamo un po’ più filoamericani dei sauditi” e che comunque “non si può confondere un’alleanza storica che per noi costituisce il pilastro della politica estera italiana, con il fatto di assentire o dissentire con questa o quella iniziativa”.

(Articolo de “Il Bolscevico”, organo del PMLI, n. 3/2007)

www.pmli.it

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Wednesday, January 10, 2007

MOBILITAZIONE A BOLOGNA CONTRO LA PERSECUZIONE DEI COMUNISTI !!!

Presidio
il 20.1.2007 dalle ore 14.00 alle ore 18.00a Bologna in Piazza NettunoPer dire NO alla persecuzione dei comunisti!Per fermare l’inquisitore Giovagnoli  La persecuzione della borghesia nei confronti dei comunisti, degli antifascisti, degli anticapitalisti, delle avanguardie dei lavoratori, si fa più ampia e più dura. I compagni del (n)PCI, i compagni dei CARC hanno subito dal ‘99 ad oggi svariate inchieste, perquisizioni, sono stati pedinati, controllati, intercettati. Oggi il giudice Giovagnoli della Procura di Bologna, con un’inchiesta per associazione sovversiva con finalità di terrorismo (art. 270 bis del CP) che conduce dal 2003, chiede di processare e arrestare  diversi militanti comunisti.Questa persecuzione si inserisce in un clima generale di caccia alle streghe che va avanti da anni, che ha portato a centinaia di perquisizioni e decine di arresti: dai compagni di A Manca Pro S’Indipendentzia, del Campo Antimperialista, di Iniziativa Comunista agli antifascisti dell’11 marzo, agli anarchici. Il continuo controllo e la schedatura dei militanti comunisti, e in genere di tutti i cittadini che in qualche maniera si occupano di politica o che sono impegnati nel campo sindacale e sociale, sono diventati la norma. Sono milioni le persone schedate, intercettate, pedinate. Come, se non di più, che durante il ventennio fascista.La borghesia cerca di impedire con ogni mezzo l’attività politica dei comunisti e delle masse popolari. Ci chiamano terroristi e vogliono fermare la nostra attività politica, vogliono impedire di esercitare quella libertà di azione conquistata, con la vita e con il sangue, dai nostri padri e dai nostri nonni con
la Resistenza.
Il giudice Giovagnoli cerca di fermare il lavoro dei comunisti; adesso vorrebbe arrestare e processare molti compagni, tra cui diversi dirigenti dei CARC. In questi giorni si conclude in Francia il processo imbastito dal giudice G. Thiel contro G. Maj e G. Czeppel del (n)PCI per detenzione di documenti falsi. Dopo la sua chiusura, prevista per il 19 gennaio, il giudice Giovagnoli vorrebbe estradare ed arrestare i compagni (e forse anche il simpatizzante del (n)PCI, A. D’Arcangeli) per poter così istruire il processo in Italia. Il processo contro i militanti del (n)PCI e contro i militanti dei CARC aprirebbe la strada ad un’ancora più ampia repressione.Diciamo NO alla persecuzione dei comunisti, NO alla denigrazione dei comunisti, NO al tentativo di criminalizzare l’esistenza del partito comunista e delle organizzazioni che al comunismo si richiamano.I comunisti, i sinceri democratici, i lavoratori, si schierano a favore della libertà di espressione e di organizzazione dei comunisti e delle masse popolari e denunciano gli arbitri e i soprusi che i cosiddetti stati democratici perpetuano nei confronti delle masse, contro coloro che si oppongono a questo regime che alimenta una guerra di sterminio delle masse a tratti aperta e a tratti camuffata, un regime di miseria,  guerra, sfruttamento e morte.  Unirsi e lottare contro la persecuzione dei comunisti, contro lo smantellamento delle agibilità politiche conquistate con la Resistenza, contro la repressione. ORA E SEMPRE RESISTENZA.  CARC - Comitati d’appoggio alla Resistenza - per il ComunismoSLL - Sindacato Lavoratori in LottaASP - Associazione Solidarietà Proletaria
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Friday, January 5, 2007

ORGANIZZARE UNA GRANDE MOBILITAZIONE CONTRO LO SCIPPO PADRONALE DEL TFR !

DOVE VANNO I SOLDI DEL TFR? A GUERRA E PADRONI!

Una attenta lettura degli articoli della Legge Finanziaria relativi al TFR (Trattamento di Fine Rapporto) fa scoprire cosa intenda fare il Governo di questi soldi.
Sappiamo che con la regola scandalosa del silenzio/assenso il TFR di quei lavoratori che non faranno nessuna scelta andrà a finire nei famigerati Fondi Pensione gestiti da banche, assicurazioni e società vicine a cgil, cisl, uil. Questa eventualità è sicuramente la più scandalosa e pericolosa per i lavoratori perché i Fondi Pensione useranno questi soldi per “giocare in borsa” con il serio rischio di perdere il capitale investito e comunque, per bene che vada, non garantiscono il rendimento che ha attualmente il TFR.

Da Report
GIORNALISTA: …Un ultimo dubbio. Ma se invece di tante promesse di guadagni facili in Borsa ci garantissero almeno quel misero e tanto bistrattato rendimento del Tfr?
Io le do i soldi e l’accordo è: mi dai lo 0,75% dell’inflazione più l’1,5. Lei ci sta?
STEFANO CARLINO, Fondiaria SAI: Non è… non è un contratto che io potrei e saprei gestire da un punto di vista finanziario. Quindi se le dicessi di si direi una bugia. Probabilmente in teoria è possibile realizzare la cosa che dice lei, ma diventa talmente oneroso costruirlo che il rendimento mi verrebbe interamente mangiato dal costo di costruzione.
MILENA GABANELLI, autrice Report: Siamo invitati ad investire nei fondi perché ci dicono che renderanno di più del tfr. E poi chi vende fondi dice che non può garantire lo stesso miserabile rendimento perché costerebbe troppo. A Milano direbbero: mutande di ghisa!…
Ma dove vanno a finire i soldi del TFR di quei lavoratori che, non volendo finire nei Fondi Pensione, faranno la scelta di lasciare tutto così com’è?
Sapevamo che tali soldi finivano in un fondo presso l’Inps e gestito dal Tesoro, ma ancora non era chiaro il meccanismo e, soprattutto, l’uso di questi soldi. La Finanziaria ci da la risposta, ma nascosta nei commi e negli elenchi allegati…
Spulciando tra i 1348 (!!!) commi della Finanziaria abbiamo trovato la risposta: il risparmio dei lavoratori (il TFR) non solo viene sottratto alla piena disponibilità degli stessi, ma andrà a finanziare ARMI ed IMPRESE!
Nel citato Elenco sono descritti, con i commi di riferimento, i vari interventi che saranno finanziati, nei prossimi 3 anni, con i soldi del TFR, tra cui spiccano:
FONDO COMPETITIVITA’ per 645 milioni di euro
FONDO FINANZA DI IMPRESA per 135 milioni di euro
FONDO SALVATAGGIO E RISTRUTTURAZIONE IMPRESE IN DIFFICOLTA’ per 30 milioni di euro
IMPRESE PUBBLICHE per 1230 milioni di euro
AUTOTRASPORTO per 290 milioni di euro
ALTA VELOCITA’ / ALTA CAPACITA’ per 2900 milioni di euro
CONTRATTO DI SERVIZIO FERROVIE SPA per 400 milioni di euro
RIFINANZIAMENTO RETE TRADIZIONALE F.S. per 2800 milioni di euro
ANAS NUOVI INVESTIMENTI per 3050 milioni di euro
FONDO PER LE SPESE DI FUNZIONAMENTO DELLA DIFESA per 710 milioni di euro
RIFINANZIAMENTI SPESE DI INVESTIMENTO per 10968 milioni di euro
ALTRO per 445 milioni di euro
Per un totale di 24.248 MILIONI DI EURO (PARI A 47.000 MILIARDI DI LIRE) IN TRE ANNI!!!
ECCO I COMMI più scandalosi…

Fondo per le spese di funzionamento della Difesa (1238, ex 743)
Nello stato di previsione del Ministero della difesa è istituito un fondo, con la dotazione di 350 milioni di euro per l’anno 2007 e di 450 milioni di euro per ciascuno degli anni 2008 e 2009, in conto spese per il funzionamento, con particolare riguardo alla tenuta in efficienza dello strumento militare, mediante interventi di sostituzione, ripristino e manutenzione ordinaria e straordinaria di mezzi, materiali, sistemi, infrastrutture, equipaggiamenti e scorte, assicurando l’adeguamento delle capacità operative e dei livelli di efficienza ed efficacia delle componenti militari, anche in funzione delle operazioni internazionali di pace. Il fondo è altresì alimentato con i pagamenti a qualunque titolo effettuati da Stati od organizzazioni internazionali, ivi compresi i rimborsi corrisposti dall’Organizzazione delle Nazioni Unite, quale corrispettivo di prestazioni rese dalle Forze armate italiane nell’ambito delle citate missioni di pace. A tale fine non si applica l’articolo 1, comma 46, della legge 23 dicembre 2005, n. 266. Il Ministro della difesa è autorizzato con propri decreti, da comunicare con evidenze informatiche al Ministero dell’economia e delle finanze, a disporre le relative variazioni di bilancio.

Alta velocità/Alta capacità (965)
Per la prosecuzione degli interventi relativi al Sistema «Alta Velocità/Alta Capacità» della linea Torino-Milano-Napoli è autorizzata la spesa complessiva di 8.100 milioni di euro nel periodo 2007-2021, di cui 400 milioni per l’anno 2007, 1.300 milioni per l’anno 2008, 1.600 milioni per l’anno 2009 e 4.800 milioni per il periodo 2010-2021, in ragione di 400 milioni di euro annui. Le somme di cui al precedente periodo sono interamente impegnabili a decorrere dal primo anno di iscrizione.
Dalla brace alla padella.
E’ un vero scandalo, un’oscenità!
I lavoratori sono contro la guerra, contro la TAV, contro il precariato e le politiche economiche di padroni e governi e non possono accettare che i propri soldi siano utilizzati per finanziare tutto questo.
Fermo restando la nostra assoluta avversione al transito del TFR nel Fondi pensione dobbiamo prendere atto che l’uso previsto del TFR che non andrà nei Fondi Pensione verrà utilizzato per scopi estranei e, spesso, opposti agli interessi dei lavoratori.
E’ pur vero che l’Inps, e quindi lo Stato, risponderà nei confronti del lavoratore delle somme accantonate e comunque restituirà il TFR al momento della cessazione dell’attività del dipendente, ma a fronte della grave crisi del mondo del lavoro, con l’abnorme crescita dell’uso del precariato e dei tagli ai servizi pubblici, sarebbe obbligatorio per il Governo utilizzare i soldi dei lavoratori per combattere tale crisi.
La CUB chiede che tali fondi di TFR vengano utilizzati per
- aumentare le pensioni
- salvaguardare la previdenza pubblica
- assumere i precari
- finanziare la scuola, la sanità, i trasporti pubblici

Organizziamo una mobilitazione nazionale:
GIU’ LE MANI DAI SOLDI DEI LAVORATORI
NO ALLO SCIPPO DEL TFR

Confederazione Unitaria di Base
Via natale del grande 24 - 36100 Vicenza

cubvi@goldnet.it Tel 044 4514937 fax 044 4316893

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Thursday, January 4, 2007

Onore all’inedita esperienza socialista dei Gulag

 

Ottantesimo anniversario dell’organizzazione del lavoro rieducativo in Urss

L’applicazione errata della sua giusta linea più volte denunciata e combattuta da Stalin. Falsità e menzogne sui numeri

L’ATTACCO AI GULAG E’ L’ATTACCO AL SOCIALISMO REALIZZATO

 

Nel 2006 è caduto l’ottantesimo anniversario dell’istituzione del lavoro coatto nell’Urss di Stalin come forma organizzata e rieducativa. La struttura dei campi, poi noti come Gulag, nacque infatti nel 1926 nell’arcipelago delle isole Solovetsky, nel Mar Bianco, facente parte della Repubblica sovietica della Carelia. Una ricorrenza importante, che permette a noi marxisti-leninisti italiani di compiere una riflessione di classe su questa esperienza storica compiuta dal primo Stato socialista del mondo, di confutare i cumuli di menzogne vomitati dalla borghesia, dai fascisti, dai trotzkisti, di difendere e rendere onore ancora una volta alle giuste indicazioni e attuazioni di Lenin e Stalin, di contribuire a fare chiarezza su un tema tanto delicato e il più delle volte di ostacolo nell’approccio dei giovani rivoluzionari al socialismo e al marxismo-leninismo-pensiero di Mao.

I Gulag nacquero come risposta socialista al problema delle carceri. Nell’Occidente capitalista la detenzione doveva avere, e l’ha tutt’oggi, un carattere punitivo. Nell’Urss di Lenin e Stalin rivestiva un carattere correttivo e rieducativo. Essi si ispiravano al principio sancito solennemente dalla prima Costituzione della Repubblica socialista federativa russa del 1918 che stabiliva che il lavoro era un dovere per tutti i cittadini della Repubblica dei soviet e proclamava la parola d’ordine: “Chi non lavora non mangia”. Come nella società dove tutti, anche i borghesi, dovevano lavorare per vivere, anche nei Gulag il lavoro per la collettività dava diritto all’esistenza e vigeva il principio del socialismo attuato in tutto il Paese: “Da ciascuno secondo le sue capacità, a ognuno secondo il suo lavoro”. Come affermerà Stalin: “Da vergognoso e pesante fardello quale era considerato prima, in Urss il lavoro si è trasformato in questione di onestà, di gloria, di valore e di eroismo”.

La stessa detenzione prevedeva tre categorie di lavoratori e tre regimi di rieducazione: privilegiato, leggero e di prima categoria o duro, previa l’esamine della commissione medica che stabiliva se i rieducandi erano in condizione di svolgere un lavoro pesante o un lavoro leggero. Tenendo conto di tali criteri l’amministrazione del campo assegnava quindi le mansioni a ogni detenuto e stabiliva una razione alimentare a seconda della percentuale dell’obiettivo che riusciva a realizzare nel suo lavoro: razione di base, di lavoro, rinforzata o punitiva.

Solo ventilare, se non proprio decretare, un parallelo tra i Gulag e i lager nazisti, come fanno in maniera subdola e criminale gli anticomunisti, è un falso storico a tutto tondo. Quelli hitleriani erano centri di sistematico sterminio, dove furono commessi i più efferati crimini contro l’umanità che la storia ricordi; nell’Urss di Lenin e Stalin chi sbagliava pagava non con la camera a gas o il forno crematorio ma provando, nella stragrande maggioranza dei casi, per la prima volta nella vita cosa volesse dire realmente lavorare, quanto fosse stato criminale tramare contro il proprio Stato, affamare il popolo, sfruttare il lavoro altrui.

Nei Gulag infatti venivano inviati i nemici del comunismo e della Patria sovietica: speculatori, incettatori, sabotatori dell’economia, oziosi, kulaki (contadini ricchi antisovietici), parassiti, borghesi privilegiati, ma anche terroristi, disertori, seguaci del vecchio regime zarista, collaborazionisti delle armate bianche durante la guerra civile e degli invasori nazisti nella seconda guerra mondiale, agenti della borghesia e dell’imperialismo occidentale infiltrati nel partito e nello Stato, fino ai delinquenti comuni. Come può quindi scandalizzare che nei campi di rieducazione sovietici c’erano i ricchi e gli anticomunisti, mentre nelle carceri occidentali e dei paesi reazionari a languire sono stati e sono tutt’oggi in prevalenza i poveri, i comunisti e chiunque si opponga al dominio di ferro del capitalismo e dell’imperialismo? E come si possono denigrare i Gulag, come fanno la borghesia e i suoi lacché, sparlando di regni delle malattie, morti per fame, bieco schiavismo, negazione dei più elementari diritti, quando giudicano e definiscono come il regno della democrazia gli Usa, dove impera la pena di morte fascista, dove i penitenziari come Alcatraz hanno fatto la peggiore storia detentiva, mentre a Guantanamo, Abu Ghraib e Bagram i prigionieri islamici vengono spesso uccisi senza che trapeli uno straccio di notizia, trattati come bestie, torturati e annientati psicologicamente. E si può non pensare ai boia sionisti israeliani che schiacciano e sfruttano i palestinesi in enormi campi lager nei territori occupati?

L’inferno di queste carceri davvero non ha nulla a che vedere con i Gulag. Certo che in quest’ultimi c’erano le malattie come il tifo e lo scorbuto, che infierivano anche nelle città russe durante l’aggressione imperialista occidentale e dei controrivoluzionari bianchi del 1917. Certo che il cibo era scarso in questo periodo o durante la seconda guerra mondiale, ma questa era la difficile e inevitabile situazione di tutto il Paese, di tutto il popolo sovietico, dove i prodotti alimentari erano giocoforza razionati. Insomma, nonostante la costruzione del primo Stato socialista, iniziata da Lenin e proseguita da Stalin, sia avvenuta in circostanze durissime, in mezzo all’accerchiamento imperialista che tentava di strangolarlo economicamente e politicamente dall’esterno, e con gli assalti delle armate bianche e dei revisionisti di destra e di “sinistra” dall’interno, anche l’esempio dato dai Gulag rappresenta un’esperienza storica importante e inedita. Ciò non toglie che siano stati commessi degli errori, in alcuni casi anche gravi. Come vedremo più avanti nel dettaglio, in Urss si è ripetuta ciclicamente un’applicazione errata della giusta linea dei Gulag. Ma ciò non va addebitato a Stalin e agli autentici bolscevichi, ma a elementi come Jagoda, Ezov e Beria che tramavano nell’ombra contro la costruzione del socialismo in Urss. Fu Stalin in prima persona a rimuovere dal posto di Commissario del popolo per gli affari interni prima Jagoda (1936), smascheratosi in seguito come seguace del destro Bucharin e per le sue azioni controrivoluzionarie condannato e giustiziato, poi il “sinistro” Ezov, destituito nel ’38 e condannato e fucilato nel 1940, e a criticare pubblicamente più volte il megalomane, ambizioso e destro Beria, denunciandone gli eccessi e i tornaconti personali e ricordando loro scopi e natura dei campi di rieducazione e chi doveva realmente finirci.

La storia dei Gulag

Le origini del Gulag, abbreviazione di Glavnoje upravlenije lagerej (Amministrazione generale dei campi di lavoro correttivi), termine assunto nel 1930 per ribattezzare la riorganizzazione del dipartimento speciale per i campi dell’Urss, sono da ricondursi al 1919, quando un decreto del Commissariato del popolo per gli interni della Russia socialista stabilì le modalità di organizzazione dei campi di lavoro nei quali dovevano essere convogliate persone arrestate e condannate dai tribunali. Esso suggeriva che ogni capoluogo di regione allestisse un campo per non meno di trecento persone ai “confini delle città o in edifici dei dintorni come monasteri, proprietà terriere, fattorie ecc.”. Prevedeva una giornata lavorativa di otto ore, mentre gli straordinari e il lavoro notturno erano autorizzati solo “in conformità al codice del lavoro”.

Già nell’estate del 1918 Lenin aveva chiesto che gli elementi inaffidabili venissero rinchiusi in campi fuori dalle città più importanti; ci finirono aristocratici e commercianti. Il primo decreto bolscevico sulla corruzione emanato nello stesso anno recitava: “Se una persona colpevole di accettare o pagare tangenti appartiene alla classe agiata e si avvale della corruzione per mantenere o acquisire privilegi legati ai diritti di proprietà, dovrebbe essere condannata ai lavori forzati più gravosi e improbi e le andrebbero confiscate tutte le sue proprietà”.

Nel febbraio 1919 Dzerzinski, a capo della Ceka (Commissione straordinaria per la lotta alla controrivoluzione, al sabotaggio e alla speculazione) pronunciò un discorso, ispirato dallo stesso Lenin, in cui spiegò la funzione dei campi nella rieducazione ideologica della borghesia. Queste nuove istituzioni dovevano “sfruttare il lavoro dei detenuti; dei signori che vivono senza lavoro; di tutti coloro che non sono capaci di lavorare senza una certa costrizione; o se prendiamo le istituzioni sovietiche, questo castigo dovrà essere applicato nei casi di lavoro poco coscienzioso, poco zelante, quando si verificano ritardi. Ciò che si propone, dunque, è la creazione di una scuola di lavoro”. Nel 1921 c’erano 84 campi di prigionia disseminati in 43 province.

Come detto, il sistema sovietico di rieducazione basato sul lavoro prese corpo alle Solovetsky, nel campo istituito nel 1920. Tanto che nel 1930, quattro anni dopo l’avvio ufficiale delle nuove regole, a una riunione di partito alle Solovetsky il dirigente locale Uspenski, riportando le sensazioni di Stalin e del Partito comunista, dichiarò: “l’esperienza di lavoro dei campi sulle Solovetsky ha convinto il Partito e il governo che il sistema carcerario deve trasformarsi in tutta l’Unione sovietica in un sistema di campi correzionali di lavoro”. Sarà il poeta Gorki a far conoscere al mondo questa inedita esperienza. Nel suo saggio, scritto subito dopo la sua visita personale alle Solovetsky del 20 giugno 1929, descrivendo le condizioni di vita e di lavoro dimostra ai lettori che i campi di lavoro sovietici non equivalgono affatto ai campi di lavoro capitalistici o a quelli dell’epoca zarista, ma sono un tipo di istituzione completamente nuovo. “Se una società europea cosiddetta colta – scriverà Gorki – osasse effettuare un esperimento come questa colonia e se questo esperimento desse dei frutti come ha fatto il nostro, tale paese darebbe fiato a tutte le sue trombe per vantarsi dei propri successi. Solo la modestia dei dirigenti sovietici ha impedito di farlo prima”.

Fu l’immensa opera del canale del Mar Bianco a dimostrare quanto fosse vincente la politica dei Gulag. Con questa opera la rotta dal Mar Bianco ai porti commerciali del Baltico poteva essere compiuta senza un viaggio di migliaia e migliaia di chilometri nel Mar Glaciale artico, circumnavigando la grande penisola scandinava. Stalin fu il principale promotore del canale del Mar Bianco e desiderava esplicitamente che fosse posto in opera per mezzo del lavoro coatto dei rieducandi. Quando il canale fu finito, nell’agosto del 1933, i suoi direttori dei lavori gli attribuirono il merito di aver dimostrato “ardimento” nell’intraprendere la realizzazione del “mastodonte idrotecnico” e l’”impresa meravigliosa di non averlo fatto con la manodopera tradizionale”. Lo stesso Gorki affermerà: “Stalin è stato l’artefice delle comunità di lavoro e di una politica di recupero attraverso il lavoro. E’ stato Stalin a lanciare l’idea di costruire il canale tra il Mar Bianco e il Baltico con l’impiego di detenuti, poiché solo sotto la sua guida era possibile un tale metodo di recupero dei pregiudicati”. Se in America c’erano voluti 28 anni per costruire il Canale di Panama, lungo 80 km, e in Asia la costruzione del Canale di Suez, lungo 160 km, aveva richiesto 10 anni, il Belomorkanal, lungo 227 km, era stato costruito in meno di due anni!

Oltre all’emulazione socialista, come avveniva in tutta la società sovietica, le autorità del campo introdussero anche la figura dell’udarnik, il lavoratore d’assalto. In seguito essi furono ribattezzati stachanovisti, in onore di Aleksej Stachanov, un minatore efficentissimo e molto produttivo. Gli udarnik e gli stachanovisti erano rieducandi che avevano superato la norma e perciò ricevevano un supplemento alimentare e altri privilegi. Gli operai più efficienti venivano anche rilasciati in anticipo; per ogni tre giorni di lavoro in cui la norma veniva realizzata al 100% ogni detenuto riscattava un giorno di pena. Quando poi il canale fu completato in tempo, vennero liberati 12.484 rieducandi. Molti altri ricevettero medaglie e premi.

Sempre in questo periodo con il contributo decisivo del lavoro coatto vennero creati grandi centri industriali negli Urali, nel Kuzbass e sul Volga; le città di Magnitogorsk e Komsomolsk sull’Amur sorsero su terre vergini. Nella Kolyma, in Siberia, il Gulag a poco a poco portava la civiltà. Venivano costruite strade dove prima c’erano solo foreste, sorgevano case nelle paludi. Nuove tecnologie furono portate nelle remote terre del Kazakhstan e del Caucaso. Fu costruita la gigantesca diga del Dnepr, che triplicò la produzione di energia elettrica. La stessa splendida e funzionale metropolitana di Mosca fu costruita grazie al lavoro dei rieducati del Gulag. I Gulag si espandevano dunque a macchia d’olio. L’Uhtpeclag produceva petrolio, la Kolyma oro, i campi della regione di Arcangelo legname.

La rieducazione socialista

I rieducandi si sentivano comunque parte integrante della cittadinanza sovietica, tanto più dalla fine degli anni ’30 in poi, allorché venne applicato il principio secondo cui essi dovevano essere utilizzati in base alle loro particolari capacità e specializzazioni. Basti ricordare che lo stesso Tupolev, padre dell’aeronautica sovietica, iniziò a dare i suoi contributi lavorando nei Gulag e dopo aver pagato il suo tributo alla giustizia sovietica rientrò tranquillamente al suo posto di progettatore. Dopo il soggiorno nella Kolyma Sergej Korolev diresse il programma spaziale sovietico. Il generale Gorbatov, rieducato, fu uno dei comandanti dell’Armata Rossa che sferrò il glorioso attacco finale a Berlino. Come ha affermato nelle sue memorie egli non ebbe mai un attimo di esitazione all’idea di rientrare nelle forze armate sovietiche e neppure a combattere per conto del Partito comunista che lo aveva arrestato. Gorbatov scrive anche con orgoglio delle armi sovietiche di cui i suoi uomini potevano disporre “grazie all’industrializzazione del nostro paese” a cui avevano dato un contributo importante i rieducandi dei Gulag. Dopo la vittoria sul nazifascismo diversi ex detenuti furono insigniti del titolo di eroi dell’Unione sovietica, la massima onorificenza militare dell’Armata Rossa, moltissimi altri ricevettero medaglie e premi, nonché passaggi di grado nell’esercito e ammissione al Partito comunista.

Lo slogan “Tutto per il fronte! Tutti per la vittoria!” aveva suscitato un’eco calorosa nel cuore di chi lavorava nei Gulag, la cui produzione industriale contribuì enormemente allo sforzo bellico.

Nei limiti del possibile ai rieducandi veniva offerto quello a cui aveva diritto tutto il popolo: istruzione, scuola di Partito, asili nido per le detenute con prole, rappresentazioni teatrali, lettura e pubblicazioni di giornali. Il “Perekovka” (Rieducazione) ad esempio era scritto e pubblicato dai detenuti del canale Moscova-Volga, un progetto partito sulla scia del successo del canale del Mar Bianco, e vi si trovavano anche rubriche di dibattito e di proteste allo scopo di migliorare le condizioni di vita dei campi e la loro direzione. Dopo la morte di Stalin il caos e la disorganizzazione presero a dilagare nei Gulag. A Beria, che per assecondare il rinnegato e traditore Krusciov avallò l’idea dell’inutilità del lavoro collettivo coatto, la situazione sfuggì ben presto di mano. Rivolte e scioperi si susseguirono in tutti i campi del Paese, tanto che ci fu il ricorso ripetuto all’uso delle armi fino all’impiego dei carri armati contro gli insorti. I detenuti più attivi nelle sommosse erano quelli antisovietici: “fratelli della foresta” baltici, militanti nazionalisti ucraini, soldati dell’armata del generale Vlasov (che aveva collaborato attivamente con Hitler), membri di sette religiose. Con Krusciov i Gulag persero il loro significato originale. Non avevano più uno scopo rieducativo ma unicamente repressivo, gestiti con metodi arbitrari e clientelari.

Il rilascio dei prigionieri politici iniziò nel 1954 e si diffuse, accompagnandosi alle riabilitazioni di massa, dopo il colpo di Stato di Krusciov al XX Congresso del PCUS del 1956. Ufficialmente i Gulag furono soppressi dall’ordinanza del 25 gennaio 1960 del ministero degli interni sovietico.

Applicazione errata della giusta linea dei Gulag

Era naturale che nel corso di un’esperienza talmente inedita quale fu il Gulag venissero commessi degli errori. Questo lo avevano messo in conto Lenin prima e Stalin poi. Tuttavia in Urss si ripropose ciclicamente un’applicazione errata della giusta linea dei Gulag. Niente di particolarmente diverso da quanto avveniva nella società socialista sovietica, dove imperava ancora la lotta di classe tra proletariato al potere e borghesia spodestata, tra rivoluzionari e controrivoluzionari.

Già nel 1926 gruppi di detenuti meno privilegiati nel campo pilota delle Solovetsky nelle loro lettere al presidium del CC del PC denunciavano il “caos e la violenza” imperanti nel Gulag. Tanto che nel 1929 i dirigenti locali della Carelia furono richiamati all’ordine dai loro superiori perché ancora non avevano “capito l’importanza del lavoro coatto come strumento di difesa sociale e la sua utilità per lo Stato e la società”. Di fatto nei primi tempi la negligenza, il caos, la disorganizzazione, fattori come la carestia, provocarono molte vittime. Dopo le punte raggiunte nel 1933 il tasso di mortalità calò decisamente, quando la carestia smise di essere acuta e i campi furono organizzati meglio. Non bisogna mai dimenticare comunque come la rapidità dell’industrializzazione, la mancanza di pianificazione e la penuria di specialisti esperti rendevano inevitabili incidenti e sprechi. Durante la costruzione del canale del Mar Bianco Jagoda, allora a capo dell’OGPU, il dipartimento di polizia segreta a cui facevano riferimento i Gulag, su insistenza di Stalin esortava i comandanti dei campi a trattare meglio i lavoratori coatti, a “provvedere in modo scrupoloso a fornire ai detenuti l’alimentazione, l’abbigliamento e la protezione adeguati”.

Matvej Berman, capo del Gulag dal 1932 al 1937 fu accusato di aver diretto “un’organizzazione trotzkista di destra per il terrorismo e il sabotaggio” che aveva creato “condizioni privilegiate” per i detenuti dei campi, indebolito di proposito la “preparazione militare e politica” delle guardie (da cui il grande numero di evasioni) e sabotato i progetti edilizi del Gulag (da cui la lentezza dei loro progressi). Aleksandr Izrailev, vicecapo del Gulag di Uhtpeclag fu condannato per aver “ostacolato lo sviluppo dell’estrazione di carbone”. Aleksandr Polisonov, un colonnello che lavorava nella divisione delle guardie armate del Gulag, fu accusato di aver creato per i suoi subordinati “condizioni impossibili”. A Mihail Goskin, capo della sezione costruzioni ferroviarie del Gulag, venne imputato di aver “elaborato progetti irrealistici” per la linea ferroviaria Volocaevka-Komsomolec.

Isaak Ginzburg, capo della divisione medica del Gulag, fu ritenuto responsabile dell’alto tasso di mortalità tra i prigionieri e lo accusarono di aver concesso privilegi ad altri detenuti controrivoluzionari, facendo in modo che venissero rilasciati in anticipo per motivi di salute. Alcuni di questi furono condannati a morte, altri si videro commutata la pena da scontare nei campi. Molti dei primi amministratori del Gulag subirono lo stesso destino.

Fedor Ejhmans capo del dipartimento speciale dell’OGPU venne fucilato nel 1938. Lazar Kogan, secondo capo del Gulag, nel 1939. Il successore di Berman alla direzione del Gulag, Izrail Pliner, mantenne la carica per un anno appena, poi venne fucilato nel 1939.

Una situazione denunciata francamente da Stalin. Al XVIII Congresso del Pcus del marzo 1939 Stalin affermò che l’epurazione nella società come nei campi era stata accompagnata da “più errori di quanto ci si sarebbe potuti aspettare”. Indicò alcune carenze dell’operazione, come le procedure d’indagine abbreviate, la mancanza di testimoni e di prove a conferma.

Jagoda, a cui era stata affidata la responsabilità dell’espansione del sistema dei campi, venne processato e fucilato nel 1938, anche se in una lettera indirizzata al Soviet supremo aveva implorato che lo risparmiassero. “E’ duro morire. Mi butto in ginocchio di fronte al popolo e al Partito e chiedo loro di perdonarmi, di salvarmi la vita”. Stessa fine per il suo successore Ezov, che nonostante le premure dello stesso Stalin per farne un quadro proletario rivoluzionario, fu destituito nel ‘38 e fucilato nel ‘40 dopo aver implorato anche lui la grazia: “Dite a Stalin che morirò con il suo nome sulle labbra”.

Prima del 1937 le percosse ai rieducandi nei campi erano proibite. Ex dipendenti del Gulag hanno confermato che nella prima metà degli anni Trenta erano illegali. Nel ‘37-’38, periodo più acuto nella lotta contro i controrivoluzionari e sabotatori del socialismo, l’impiego della tortura fisica si diffuse sopra le righe, tanto che all’inizio del ‘39, lo stesso Stalin fu costretto a diramare una direttiva ai dirigenti della NKVD regionali confermando che “dal 1937 il Comitato centrale consentiva l’impiego della pressione fisica sui prigionieri nell’ambito delle procedure dell’NKVD”. Ma spiegò che era permesso “soltanto con nemici del popolo così manifesti da approfittare dei metodi di indagine umani per rifiutare senza ritegno di tradire i cospiratori, con coloro che per mesi rifiutano di testimoniare e cercano di impedire lo smascheramento dei cospiratori ancora in libertà”. Tuttavia Stalin ammetteva che talvolta era stata impiegata con “persone oneste arrestate per caso” e che tali casi andavano stigmatizzati e puniti i responsabili.

Dal 1939 sotto la direzione di Beria le cose sembrarono migliorare. Gran parte dei condannati in base ad accuse poi rivelatesi infondate furono liberati. Dai Gulag uscirono più di 300 mila rieducandi. Tuttavia nel marzo 1942 l’amministrazione del Gulag a Mosca fu costretta a inviare una lettera furibonda a tutti i comandanti dei campi, ricordando loro la norma per cui “ai prigionieri deve essere consentito di dormire non meno di otto ore”. La lettera spiegava che molti comandanti avevano ignorato questa regola, concedendo ai loro detenuti solo quattro o cinque ore di sonno per notte. Perciò, sostenevano i dirigenti, “i prigionieri stanno perdendo la loro capacità di lavorare e stanno diventando ‘lavoratori deboli’ e invalidi”.

Per tutta la durata dell’aggressione nazi-fascista e della guerra di Liberazione la giornata lavorativa era stata giustamente aumentata in tutto il Paese. La produzione doveva eroicamente supportare lo sforzo bellico della gloriosa Armata Rossa, ma ciò non poteva e non doveva essere preso a pretesto per abusi e vendetta personali, nel Gulag come in tutta la società.

Nel 1945 Vasilij Cernysev, allora dirigente del Gulag diramò una circolare a tutti i comandanti dei campi e ai capi regionali del NKVD manifestando il proprio disagio per lo scarsissimo livello delle guardie armate dei campi, tra cui si riscontrava un’alta frequenza di “suicidi, diserzioni, perdita e furto delle armi, ubriachezza e altri atti immorali”, oltre a frequenti “violazioni delle leggi rivoluzionarie”. Ancora nel 1952 un anno prima della sua morte, quando furono scoperti casi di corruzione ai massimi livelli della polizia segreta, la prima reazione di Stalin fu di esiliare gran parte dei principali responsabili.

Falsità e menzogne sui numeri

Un gran baccano velenoso viene sollevato artatamente sul numero dei detenuti nei Gulag, sposando cifre fantasiose di decine e decine di milioni avanzate da controrivoluzionari e anticomunisti storici russi e non solo.

In realtà nel 1921 erano 70 mila su una popolazione di oltre 135 milioni e nel momento della massima espansione, all’inizio degli anni ‘50, i detenuti furono all’incirca 2 milioni e mezzo su una popolazione di più di 200 milioni.

Basti pensare che dopo l’implosione dell’Urss nel ‘91 il numero dei detenuti delle colonie penitenziarie non ha smesso di aumentare e supera oggi il milione nella sola Federazione russa, assai meno popolata dell’Urss di Stalin.

I borghesi e gli anticomunisti non prendono volutamente in considerazione che dal 27 giugno 1929 il Politbjuro dell’Urss adottò il significativo provvedimento per cui tutti i detenuti condannati a una pena superiore ai tre anni sarebbero stati trasferiti, da quel momento in avanti, nei campi di lavoro collettivi. E nemmeno che la collettivizzazione delle campagne e relativa lotta di classe contro i kulaki, portò nel 1930 300.000 contadini ricchi antisovietici nel Gulag. Eppure per le teste d’uovo della borghesia anticomunista, fra cui spicca il “maoista” pentito, professore inglese nonché funzionario del ministero degli Esteri britannico a Sofia e New York, Robert Conquest, ben 6 milioni e 500 mila kulaki sarebbero stati “massacrati” nel corso della collettivizzazione forzata delle campagne.

5 milioni di internati politici nei Gulag, all’inizio del 1934, (in realtà erano tra i 127 mila e i 170 mila) più sette milioni arrestati durante le cosiddette “purghe” del 1937-1938 facevano dodici; Conquest aggiunge poi un milione di giustiziati e due milioni di morti per cause diverse durante quei due anni.

Sempre per costui ci sarebbero stati 9 milioni di detenuti politici nel 1939 “senza contare quelli comuni”. Ma al 1° gennaio di quell’anno (vedi tabella pubblicata a parte) i rieducandi del Gulag erano poco più di 1.600.000!

Anche per Medvedev, ideologo del rinnegato e traditore Gorbaciov, “c’erano, quando Stalin era vivo, dai dodici ai tredici milioni di persone nei campi”. Sotto Krusciov, che avrebbe fatto “rinascere le speranze di democratizzazione”, le cose “andavano molto meglio” visto che nel “Gulag non c’erano più di 2 milioni di criminali comuni”.

Per gli storici della borghesia ci sarebbero stati una media annua di 8 milioni di detenuti nei campi. In realtà, il numero dei detenuti politici oscillò tra un minimo di 127.000 nel 1934 e un massimo di 500.000 durante i due anni di guerra, nel 1941 e nel 1942. Dunque le cifre reali sono state moltiplicate di ben 16 volte.

Tra il 1937 e il 1938 i campi sarebbero straripati di 7 milioni di “politici”, e ci sarebbero stati oltre 1 milione di esecuzioni e 2 milioni di morti. In realtà, dal 1936 al 1939, il numero dei detenuti nei campi aumentò di 477.789 persone (passando da 839.406 a 1.317.195). Un fattore di falsificazione pari a 14 volte. In due anni i decessi furono 115.922 e non 2.000.000. Là dove 116.000 persone erano morte per cause diverse, i denigratori del socialismo aggiungono 1.884.000 “vittime dello stalinismo”.

Secondo Conquest e compagnia, tra il 1939 e il 1953, nei campi di lavoro ci fu il 10% di decessi all’anno, per un totale di 12 milioni di morti. Una media di 855.000 morti all’anno. In realtà, il numero reale, in tempi normali, era di 49.000. Solo durante i quattro anni di guerra, quando la barbarie nazista imponeva delle condizioni insopportabili a tutti i sovietici, la media dei decessi salì a 194.000.

Una delle calunnie più ricorrenti afferma che l’epurazione dei controrivoluzionari mirava a eliminare la “vecchia guardia bolscevica”. Secondo lo storico russo anticomunista Brzezinski nel 1934 c’erano 182.600 “vecchi bolscevichi” nel Partito, cioè membri che vi avevano aderito al più tardi nel 1920. Nel 1939 se ne contavano 125.000. La grande maggioranza, il 69%, era quindi rimasta nel Partito. C’era stata, durante quei cinque anni, una perdita di 57.000 persone, cioè il 31%. Alcuni erano morti per cause naturali, altri erano stati espulsi, altri ancora giustiziati. E’ chiaro che i “vecchi bolscevichi” cadevano, durante l’epurazione, non perché fossero “vecchi bolscevichi”, ma a causa del loro comportamento politico revisionista, controrivoluzionario e antisocialista.

E’ evidente come l’attacco ai Gulag è l’attacco al socialismo realizzato. Sì perché dietro alle cifre menzognere non c’è niente di “scientifico”, c’è l’odio viscerale contro il socialismo e contro coloro che l’hanno elaborato e realizzato. Finché fu vivo Stalin, la borghesia interna e internazionale non ebbe alcun spazio in Urss e nel movimento comunista internazionale, fu denudata, sbugiardata, umiliata e sconfitta e visse nel terrore del suo tramonto storico, lei che si ritiene eterna e universale, mentre la realtà sovietica quotidiana mostrava quanto essa fosse superflua e inferiore rispetto alla nuova classe proletaria giunta al potere dell’economia, dello Stato e dell’intera società. E’ stato grazie ai rinnegati Krusciov, Breznev fino a Gorbaciov e Eltsin in Urss e all’esperienza storica del PCI revisionista in Italia che la borghesia internazionale e nazionale ha potuto rialzare la testa e vomitare tutta la bile accumulata contro l’esperienza socialista realizzata da Lenin e Stalin in Urss e da Mao in Cina.

C’è altresì una differenza profonda tra gli errori di Stalin - alcuni dei quali da egli stesso denunciati e corretti - che riconosciamo anche noi marxisti-leninisti e gli errori presunti denunciati dai nemici di classe e dai loro lacché. Noi li riconosciamo per salvaguardare la linea marxista-leninista, essi lo fanno per attaccare, stravolgere e abbattere tale linea. Il problema vero allora è tanto sapere individuare gli errori veri da quelli presunti, quanto di saper ricercare le cause degli errori per imparare la lezione e per evitare di ricommetterli, quanto di sapere se sono stati commessi in buona fede (Lenin e Stalin) o con l’intenzione malevola di nuocere alla causa del proletariato e del socialismo (Jagoda, Ezov e Beria).

E’ con questo spirito marxista-leninista che oggi rendiamo onore all’inedita esperienza socialista dei Gulag, denunciandone i casi di applicazione errata della sua giusta linea.

(Articolo de “Il Bolscevico”, organo del PMLI, n. 1/2007)

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INIZIATIVE A TORINO DEL PARTITO “CARC”

Venerdì 12, ore 13,00 porte 2 e 16 iniziativa FIAT Mirafiori
 
Venerdì 19, ore 21 presso la NUOVA CASA DEL POPOLO in via Cruto 18 a Torino presentazione della rivista di dibattito comunista Rapporti Sociali
con la presenza del responsabile federale del settore propaganda nonchè redattore della rivista stessa Massimo Franchi.
 
Martedì 23, alle 21,20 presso la NUOVA CASA DEL POPOLO in via Cruto a Torino lettura collettiva di Resistenza organo mensile dei CARC
 
Sabato 27 nel pomeriggio diffusione di Resistenza mercato Piazza Bengasi
 
 
 
Per info Partito CARC -Torino- 3476558445
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