Monday, April 30, 2007

1 MAGGIO DI LOTTA INTERNAZIONALE PER IL SOCIALISMO !

VIVA LA LOTTA PER LA RIVOLUZIONE SOCIALISTA INTERNAZIONALE!

Il 1 maggio del 1886, l’organizzazione sindacale Cavalieri del Lavoro di Chicago (Usa) convocò una manifestazione di 80 mila lavoratori che dimostrarono per la giornata lavorativa di 8 ore. Gli scioperi e le manifestazioni continuarono in città e si estesero per tutto il Paese.

Nel timore di essere di fronte all’ “inizio della rivoluzione”, i padroni scatenarono una feroce repressione. La morte di un poliziotto fu il pretesto per arrestare i principali dirigenti del movimento e sottoporli a un processo farsa prima dell’esecuzione.
Passarono alla storia come i Martiri di Chicago, simbolo della lotta operaia contro il capitalismo e, al contempo, esempio della violenza a cui ricorrono i borghesi per difendere i propri interessi. Rendiamo loro omaggio, e con loro ricordiamo tutti coloro che in questi 121 anni sono caduti nella battaglia contro il capitalismo, come da ultimo il maestro argentino Carlos Fuentealba, assassinato dalla polizia durante uno sciopero nella provincia di Neuquén, in Patagonia.
Nel 1889, ill primo Congresso della Seconda Internazionale deliberò che il 1 maggio sarebbe stato, di lì in poi, una giornata internazionale per la riduzione dell’orario a 8 ore quotidiane. Da allora, nella maggioranza dei Paesi del mondo, questa festa è un giorno di lotta della classe operaia e di unità internazionale dei lavoratori.
Negli Stati Uniti, però, questo significato storico del 1 maggio si è andato perdendo perché la borghesia si è sforzata per più di un secolo di cancellare la memoria del 1 maggio del 1886 e dei martiri di Chicago. Ha persino decretato che la giornata del lavoro venga commemorata in settembre. Ma ora i lavoratori immigrati hanno ricollocato di nuovo al centro delle loro rivendicazioni il 1 maggio, unitamente ai lavoratori di tutto il mondo (si veda l’articolo seguente).

GLI OBIETTIVI E LE PROSPETTIVE DELLA LOTTA OPERAIA

Il 1 maggio è anche il momento in cui i lavoratori discutono gli obiettivi e le prospettive della loro lotta. La Lega Internazionale dei Lavoratori - Quarta Internazionale (Lit-Qi) partecipa a questo dibattito. Lo facciamo rivendicando le conquiste principali conseguite in questa lunga storia e che oggi vengono abbandonate dalla maggioranza delle organizzazioni di sinistra: il protagonismo della classe operaia come principale forza sociale nella lotta contro il capitalismo; l’obiettivo strategico di una rivoluzione socialista internazionale per porre fine a fame, miseria e sfruttamento; e la necessità di costruire una direzione rivoluzionaria internazionale per guidare questo processo.

LA SITUAZIONE ATTUALE

In Irak e in Afghanistan si sviluppano guerre di liberazione nazionale che tengono in scacco le occupazioni militari imperialiste, ponendo la possibilità reale di una disfatta e dell’espulsione degli occupanti. Le masse libanesi hanno recentemente sconfitto l’invasione dell’”onnipotente” esercito sionista di Israele. Ad Haiti, le masse popolari lottano contro una occupazione camuffata sotto i Caschi blu dell’Onu di soldati sudamericani.
In America Latina, il secolo XXI è iniziato sotto il segno di processi rivoluzionari che hanno condotto le masse nelle piazze contro il saccheggio dei loro Paesi, hanno rovesciato vari governi agenti dell’imperialismo e hanno posto all’ordine del giorno il problema del potere in Ecuador, Bolivia e Argentina. In Venezuela, le masse hanno sconfitto il golpe controrivoluzionario che già aveva rovesciato il governo di Chavez. In Messico, uno dei Paesi più importanti del continente, la lotta si è espressa nelle gigantesche mobilitazioni contro la frode elettorale e nell’insurrezione di Oaxaca.
Nella “Vecchia Europa”, secondo polo imperialista mondiale, le cui borghesie sono socie degli Usa nel saccheggio del mondo, stanno cadendo tutti i governi alleati di Bush nell’invasione dell’Irak. La vittoria del No alla Costituzione europea nei referendum in Francia e Olanda ha indebolito il progetto di una unità imperialista continentale lanciato nel 1991 a Maastricht. Al contempo, cresce l’opposizione dei lavoratori agli attacchi alle loro conquiste storiche, sia in Francia che in Italia. E cresce anche, in vari Paesi, la lotta dei lavoratori immigrati e quella della gioventà delle periferie parigine.
Negli Stati Uniti, le sconfitte in Medio Oriente si sono trasformate in un boomerang, con riflessi nelle elezioni legislative in cui c’è stata una marea di voti contro Bush. Al contempo, il massiccio ingresso in scena dei lavoratori immigrati, con le loro rivendicazioni, ha ricordato alla borghesia imperialista più forte del pianeta che non è esentata dalla lotta di classe in casa propria.
In ognuna di queste lotte, la Lit ha un criterio chiaro per collocarsi: stiamo con gli oppressi contro gli oppressori. Per qusto siamo con lavoratori contro i padroni e i loro governi; con la resistenza irachena e afghana perché sconfigga gli occupanti imperialisti; con le masse popolari libanesi e palestinesi contro Israele; con il popolo haitiano perché espella i Caschi blu dell’Onu; con gli immigrati nella loro lotta per guadagnare pieni diritti lavorativi e sindacali; con le donne, i giovani e coloro che sono sessualmente oppressi e lottano contro discriminazioni e persecuzioni imposte dal capitalismo.

LA POLITICA DELL’IMPERIALISMO

Sarebbe un grave errore, tuttavia, pensare che l’imperialismo si arrenderà cavallerescamente davanti alle lotte. Oppure che sia possibile, come sostengono i promotori del Social Forum Mondiale, rendere “più umano” il suo carattere sfruttatore e assassino.
Al contrario, come una bestia feroce che si lecca le ferite, l’imperialismo statunitense risponde con ferocia: aumenta le spese militari e il numero di soldati in Irak e Afghanistan. Al contempo, minaccia di lanciare un attacco-lampo contro l’Iran, con la scusa del suo “pericoloso” piano tecnologico nucleare. E quando non può farlo in modo diretto, l’imperialismo ricorre alla sua eterna complice, l’Onu, perché gli copra le spalle inviando Caschi blu, come in Libano e ad Haiti.
No, l’imperialismo non si arrenderà in modo mansueto e cavalleresco. Questo cancro che distrugge l’umanità scomparirà solo quando sarà definitivamente sconfitto. Finché ciò non accadrà, la realtà mondiale sarà caratterizzata dalla contrapposizione che vede da una parte i lavoratori e le masse popolari e dall’altra parte l’imperialismo e i suoi alleati. Una battaglia feroce tra la rivoluzione e la controrivoluzione.

LA TRAPPOLA DEL FRONTE POPOLARE E DEI GOVERNI POPULISTI

Di fronte alla poderosa ascesa rivoluzionaria che attraversa l’America Latina, e davanti al fallimento dei tentativi repressivi e alla disfatta elettorale dei suoi candidati preferiti, l’imperialismo ha dovuto accettare l’esistenza di governi di fronte popolare e di governi guidati da figure populiste, che si sono estesi per il continente.
Ha dovuto cioè manovrare con maggiore abilità e utilizzare strumenti diversi per frenare e sconfiggere le rivoluzioni: i governi di fronte popolare guidati da organizzazioni e dirigenti operai, come Lula in Brasile, o contadini, come Evo Morales in Bolivia. O ancora governi diretti da figure che godono di un grande prestigio popolare, come Chavez in Venezuela o Rafael Correa in Ecuador.
In tutti questi casi si tratta di governi borghesi che difendono il sistema capitalista e non affrontano realmente l’imperialismo, di là dalla loro retorica di sinistra. Però, a causa delle organizzazioni o dei leader che li dirigono, questi governi sono considerati dalla maggioranza dei movimenti di massa come “propri governi”, nascondendo così ciò che realmente sono: strumenti della borghesia e dell’imperialismo per affrontare una fase per loro difficile della lotta di classe. Questi governi si basano sull’inganno e seminano illusioni tra le masse per cercare di “addormentare” la lotta e così frenare e sconfiggere i processi rivoluzionari, o evitare che si producano, come nel caso del Brasile.
Se c’è qualcosa che dimostra chiaramente il carattere di “agenti di sinistra” dell’imperialismo della maggioranza di questi governi è l’invio di truppe, camuffate come Caschi blu dell’Onu, per occupare Haiti e reprimere il suo popolo, coprendo le spalle a Bush, realizzato da Lula (Brasile), Bachelet (Cile), Kirchner (Argentina) e Tabaré Vézquez (Uruguay).
La lotta contro i governi di fronte popolare e populisti è un dovere di tutti i rivoluzionari in quanto è una imperiosa necessità delle masse latinoamericane. Tuttavia, questi governi godono oggi di un vasto sostegno popolare perché le masse credono ancora nelle loro promesse. Come si può dunque sviluppare questa lotta? La Lit ritiene che dobbiamo agire come indicava Lenin, nell’aprile 1917, di fronte a un governo con quelle stesse caratteristiche: il compito dei rivoluzionari “finché siamo in minoranza” è quello di “spiegare pazientemente alle masse la completa falsità di tutte le promesse” di questi governi e, al contempo, “la necessità che tutto il potere passi nelle mani della classe opearaia”, preparando così le lotte che si produrranno, inevitabilmente, in futuro.

L’ALLUVIONE OPPORTUNISTA

Nel loro tentativo di ingannare le masse, i governi di fronte popolare e populisti, e l’imperialismo stesso, possono contare, purtroppo, sul sostegno di numerose correnti della sinistra che, in passato, rivendicavano la rivoluzione e il socialismo.
A partire dalla caduta dell’Urss e degli altri Stati operai del mondo, una vera alluvione opportunista investì la maggioranza della sinistra e la condusse ad abbandonare, esplicitamente o implicitamente, la lotta per la rivoluzione socialista.
Per esempio, Rifondazione Comunista, in Italia, che si proponeva di riorganizzare la sinistra di questo Paese, e che fu presa come modello dai cosiddetti “partiti anticapitalisti”, oggi è una delle principali forze del governo imperialista di Romano Prodi. Ma è anche il caso di vecchie organizzazioni guerrigliere, come la maggioranza dei Tupamaros uruguaiani, o del Fsln nicaraguense, o del Fmln salvadoregno: tutti già diventati, o in procinto di diventare, puntelli dei governi borghesi dei rispettivi Paesi.
La stessa cosa accade con le forze e i promotori del Social Forum Mondiale, il cui slogan “un altro mondo è possibile”si basa sulla presunta possibilità di “umanizzare” il capitalismo.
Altre organizzazioni mantengono ancora nel loro programma l’obittivo del socialismo. Ma, come il cosiddetto Segretariato Unificato della Quarta Internazionale [rappresentato in Italia da Sinistra Critica di Turigliatto, ndt], hanno abbandonato la convinzione che questo obiettivo è possibile solo attraverso la rivoluzione socialista e la dittatura del proletariato. Il risultato è che, anche se per vie diverse, le organizzazioni del Segretariato Unificato entrano a far parte di governi borghesi, come in Brasile, o stanno nelle maggioranze parlamentari di questi governi, come in Italia.
Per parte loro, varie organizzazioni che si definiscono trotskiste conservano -sulla carta- il programma della rivoluzione socialista, ma lo hanno abbandonato nella loro politica e nella pratica quotidiana, dato che si sono trasformate in semplici apparati per la partecipazione alle elezioni borghesi o appoggiano governi borghesi come quello di Chavez o di Lula, con la scusa di “dialogare con le masse”.

LA “MADRE DI TUTTE LE BATTAGLIE”: LA COSTRUZIONE DI UNA DIREZIONE RIVOLUZIONARIA

I lavoratori e le masse, lungi dall’”uscire di scena”, come molti annunciarono negli anni Novanta, sono oggi uno dei poli della situazione mondiale. La loro lotta si dimostra capace di battere l’imperialismo, abbattere governi e guadagnare vittorie.
Tuttavia, tutto l’eroismo e la combattività delle masse, imprescindibili per il successo, non possono, di per sé, sconfiggere definitivamente il capitalismo imperialista e iniziare la marcia verso il socialismo senza una direzione rivoluzionaria internazionale che, coscientemente, sia disposta a guidare questa lotta fino al suo fine. Senza questa vittoria definitiva, tutte le conquiste finiscono con l’essere temporanee e deboli e il capitalismo riesce ad annullarle o con la forza militare o con la complicità delle direzioni traditrici del movimento di massa. Per esempio: la giornata lavorativa di otto ore, conseguita con una dura lotta nella prima metà del XX secolo, oggi è persa, di fatto o di diritto, nella maggioranza dei Paesi. Così pure si è persa quella grande conquista che fu l’esproprio della borghesia in un terzo del pianeta.
Per questo, costruire la direzione rivoluzionaria è il principale compito dei lavoratori e delle masse del mondo. Come diceva Lev Trotsky, nel Programma fondativo della Quarta Internazionale: “La crisi dell’umanità è la crisi della sua direzione rivoluzionaria.”
In questo senso, la caduta dell’apparato stalinista mondiale, diretto dalla burocrazia che governava l’ex Urss, tra la fine degli anni Ottanta e l’inizio degli anni Novanta, ha rappresentato un fatto molto positivo in quanto ha eliminato il più potente ed efficace aiuto dell’imperialismo nel suo obiettivo di sconfiggere, frenare o congelare le rivoluzioni nel mondo. Con lo sparire di questa “camicia di forza”, il compito di costruire una direzione rivoluzionaria mondiale ha acquisito maggiori possibilità rispetto al passato.
Ciò non significa, come abbiamo visto, che non sorgano nuovi ostacoli, come il chavismo o le correnti di fronte popolare disposte a svolgere il ruolo di deviare la lotta delle masse e salvare il capitalismo. Ma queste correnti, pur essendo indiscutibilmente molto più forti delle organizzazioni rivoluzionarie, sono al contempo, viste nella prospettiva storica, molto più deboli del vecchio apparato stalinista mondiale.

GLI OBIETTIVI DELLA LIT

Per la Lega Internazionale dei Lavoratori la costruzione di una direzione rivoluzionaria mondiale significa, come primo passo, la ricostruzione della Quarta Internazionale, l’organizzazione fondata da Lev Trotsky nel 1938, in alternativa allo stalinismo e come embrione di questa direzione.
I nostri obiettivi centrali possono riassumersi in poche righe:

- Per porre fine allo sfruttamento, alla fame e alla miseria che il capitalismo impone al mondo, è necessaria una rivoluzione mondiale, primo passo per la costruzione del socialismo.

- Questa rivoluzione inizia a livello nazionale con la presa del potere da parte dei lavoratori, la distruzione dello Stato e delle forze armate borghesi e la costruzione di Stati di tipo nuovo (Stati operai).

- Ma la rivoluzione deve necessariamente estendersi a livello mondiale, prendendo il potere nei principali Paesi fino a sconfiggere definitivamente l’imperialismo. In caso contrario, l’imperialismo continuerà a essere la forza economica e militare dominante nel mondo, capace di isolare, indebolire e, infine, sconfiggere quegli Stati operai. Per questo non esiste alcuna possibilità di costruire il “socialismo in un Paese solo” (o in alcuni Paesi) come invece sostennero lo stalinismo e le sue varianti. Come dimostra l’esperienza storica, quella politica portò, inevitabilmente, alla caduta di tutti gli Stati operai esistenti.

- Per portare avanti il loro compito, i lavoratori e le masse devono costruire organismi democratici di lotta che, in una prima fase, siano i motori della rivoluzione e, una volta preso il potere, divengano la base dei futuri Stati operai. Il nostro modello di rivoluzione socialista nasce come un processo di lotta e di organizzazione democratica dei lavoratori e delle masse. E’ la lezione dell’esperienza storica che ha dimostrato come i processi rivoluzionari diretti burocraticamente da “segretari generali” o “comandanti” sono tutti falliti.

- Al contempo, è necessario costruire partiti rivoluzionari nazionali, basati sul centralismo democratico, come parte di una organizzazione rivoluzionaria mondiale che sia capace di dirigere coscientemente questo processo di organizzazione e di lotta dei lavoratori e delle masse.

- Il compito di costruire una direzione rivoluzionaria mondiale non può essere portato avanti senza combattere costantemente tutte le direzioni di fronte popolare, populiste, riformiste o “socialiste burocratiche” che tentano di deviare la lotta dei lavoratori e delle masse verso vicoli ciechi; la stessa lotta va condotta contro chi, con qualsiasi argomento, capitola a queste direzioni.

Ecco perché, in questo 1 maggio, mentre appoggiamo tutte le lotte degli oppressi contro gli oppressori, vogliamo anche dire ai lavoratori e alle masse popolari che il più imprescindibile di tutti i compiti è la ricostruzione della Quarta Internazionale.
Sulla base di questa proposta centrale, la Lit e il Centro Internazionale del Trotskismo Ortodosso (Cito) hanno deciso di riunificarsi nel prossimo congresso mondiale della Lit (marzo 2008). E il Partito di Alternativa Comunista (PdAC) ha votato nel suo congresso fondativo l’ingresso nella nostra organizzazione internazionale, come sezione italiana. Altre organizzazioni hanno avviato una discussione con la Lit in Argentina, nell’America Centrale e in altre parti del mondo. Sono i primi passi di una politica il cui obiettivo è la ricostruzione della Quarta Internazionale. La Lit si impegna a porre tutte le sue forze al servizio di questo compito e fa appello a tutti i rivoluzionari del mondo a unirsi a essa.

Viva il 1 maggio!

Viva la lotta dei lavoratori e delle masse popolari del mondo!

Viva la rivoluzione socialista mondiale|

Per la ricostruzione della Quarta Internazionale!

 

Lega Internazionale dei Lavoratori - Quarta Internazionale 

RICORDIAMO INTANTO CHE A TORINO SI TERRA’ IL CORTEO NAZIONALE DEL 1 MAGGIO IN ITALIA, CON PARTENZA DA PIAZZA VITTORIO VENETO ORE 9:30. 

 

www.progettocomunista.com

 

 

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Sunday, April 29, 2007

 

 - MANIFESTO DEL PARTITO DEI COMITATI DI APPOGGIO ALLA RESISTENZA PER IL COMUNISMO- SARANNO PRESENTI A TORINO DALLE ORE 9:00 IN PIAZZA VITTORIO VENETO….

WWW.CARC.IT

 

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1 MAGGIO INTERNAZIONALISTA E RIVOLUZIONARIO !

Il capitalismo mondiale crea miseria per milioni di esseri umani, solo la classe operaia mondiale può mettervi fine

“Tutto va per il meglio, nel migliore dei mondi possibili” è l’ultimo messaggio dalla Banca Mondiale e dal Fondo Monetario Internazionale sullo stato dell’economia globale. Con l’approssimarsi del Primo Maggio del 2007, il FMI ha celebrato la prospettiva di un quinto anno di elevata crescita economica mondiale.

Per non essere da meno, la Banca Mondiale ha prodotto un rapporto che mostra come il numero delle persone che vivono con meno di 1 dollaro al giorno sia sceso sotto il miliardo per la prima volta. “La solida crescita economica” del 3,9% all’anno dal 2000 in poi nei “paesi in via di sviluppo” è presentata come la nuova conquista del capitalismo. I profitti aumentano e la produttività del lavoro si espande. Tutto ciò per portare acqua al mulino delle macchine di propaganda capitalistica, che ancora una volta rimarcano come il modo di produzione capitalistico sia l’unico possibile. Il nuovo mercato globale avrebbe dato nuova linfa al capitalismo e noi avremmo raggiunto davvero “la fine della storia”.

Allo stesso tempo, ci vengono a dire che la classe operaia è una specie in via di estinzione, almeno nei paesi avanzati, e che la lotta di classe è una cosa del passato. Saremmo tutti dei cittadini che godono dei benefici di una democrazia crescente. Anche le voci del movimento “no-global” sembrano essersi ammutolite.

Le contraddizioni del sistema

In realtà, le contraddizioni del sistema, invece di diminuire, aumentano. I valori statistici aggregati non sono mai una buona guida per la comprensione della realtà sociale e, come sempre, ci sono molti modi per valutare i risultati. Il fatto che il numero di persone che vivono con meno di un dollaro al giorno sia diminuito da 1,5 miliardi nel 1990 a 985 milioni nel 2007 ha a che fare molto più con la svalutazione del dollaro piuttosto che con l’aumento del tenore di vita. La statistica non ci dice che il guadagno medio nei paesi avanzati negli anni sessanta era circa 10 volte rispetto a quello dei paesi più poveri, mentre oggi quel rapporto si è raddoppiato.

Il sottosviluppo è una condizione necessaria per l’accumulazione del capitale globale nell’era dell’imperialismo, del parassitismo e della decadenza del capitalismo. Esso non porta progresso, ma miseria alla maggioranza dell’umanità che crea la sua ricchezza. Le ineguaglianze si diffondono e si approfondiscono tanto all’interno degli stati che tra di essi. L’80% della forza-lavoro mondiale vive al di sotto di quello che nei paesi avanzati sarebbe considerato il livello di povertà. Senza contare che nessuna statistica può rendere conto del peso complessivo della miseria umana di coloro i quali non sono integrati nella produzione o che lavorano, di fatto, in condizioni di schiavitù.

Quest’anno il capitalismo celebra i 200 anni da quando il parlamento britannico votò la fine del commercio degli schiavi nel 1807. Quello che nessuno dice è che ciò accadde perché la schiavitù salariata è un metodo di sfruttamento molto più efficiente rispetto alla schiavitù (dato che il possessore di schiavi ha un incentivo materiale a mantenere lo schiavo vivo, mentre i costi dei lavoratori salariati possono essere spinti sotto il livello di sussistenza).

In Cina, secondo Amnesty International, il costo del lavoro è mantenuto basso poiché ci sono 200 milioni di lavoratori migranti che non hanno il permesso di soggiorno nelle aree dove svolgono il loro lavoro. Gli stipendi sono sempre in arretrato di 3 o 4 mesi e senza permesso di soggiorno non vi è possibilità legale di far valere i propri diritti giuridici contro i propri datori di lavoro. Questi lavoratori producono quei beni di consumo incredibilmente economici per i paesi avanzati, che consentono ai salari di tale area – specie ai più bassi – di poter essere congelati od addirittura ridotti. Il costo tremendamente economico del lavoro in Cina – per non citare India, Vietnam etc. – influisce direttamente sulle condizioni di vita di tutto il resto del globo. Condizione precaria di lavoro, salari più bassi, declino delle prestazioni assistenziali dello stato sono tutti aspetti della medesima offensiva del sistema capitalistico internazionale contro il salario.

Contemporaneamente, il mito, diffuso con propaganda martellante, sulla scomparsa delle classi e della lotta di classe ha una certa forza, visto che l’aumento dello sfruttamento ai quattro angoli del pianeta significa che siamo stati noi salariati a pagare la crisi di accumulazione del capitale, apertasi nel 1971 con la svalutazione del dollaro. Ma questa situazione non può essere duratura, dato che le contraddizioni del sistema aumentano anziché diminuire e quindi prima o poi dovranno necessariamente esplodere.

Oggi il 2% dei più ricchi del mondo possiede oltre il 50% della ricchezza complessiva del pianeta mentre allo stesso tempo anche nei paesi avanzati l’incidenza della massa salariale sul PIl è in costante declino. In breve lo sfruttamento è aumentato e sta aumentando ogni giorno sotto i nostri occhi. Negli Usa il 10% di lavoratori coi salari più bassi vive sì meglio dei 2/3 del resto del pianeta ma come ha riportato una ricerca della Banca Svizzera UBS “loro sono stati in recessione per tutto questo secolo”.

Non c’è miglior dimostrazione che nel capitalismo non c’è alcuna tendenza verso la suddivisione della ricchezza bensì verso la più grande concentrazione della stessa nelle mani di chi non lavora – mentre le braccia dei lavoratori diventano sempre più sottili ogni giorno che passa. O, come diceva Marx nel 1847:

la società si va sempre più dividendo in due grandi campi ostili, in due grandi classi che si fronteggiano l’un l’altra.

L’alternativa

E oggi alcuni capitalisti sono diventati alquanto nervosi a questo riguardo. Una figura del livello di Bernanke, direttore della Federal Riserve americana, ha dichiarato ufficialmente che le “disuguaglianze globali” sono la più seria minaccia alla stabilità del sistema. Le banche stanno finanziando ricerche sulla povertà globale, che le loro stesse attività hanno contribuito a creare. Hanno ragione ad essere nervosi. Anche se il capitalismo ha beneficiato di lunghi periodi di relativa pace sociale, questi non sono mai durate in eterno.

Indipendentemente dalla montagna di debiti e dall’enorme speculazione finanziaria, una crisi in questa sfera non porterà di per sé ad una società migliore. Essa potrà venire solo dalla rabbia crescente contro il sistema stesso. Nel III Libro del Capitale Marx scrisse che “in ultima istanza la causa di tutte le crisi” consiste nel “limitato consumo e nella povertà delle masse”. Forse è questo quello che ha letto mr. Bernanke?

Ma la crisi in qualunque forma si manifesti non ha altro sbocco che l’aumento dell’imbarbarimento sociale a meno che quelle masse di lavoratori salariati non sviluppino la consapevolezza del loro proprio posto nello schema delle cose ed il loro programma per cambiarla. Questo non riguarda reclamare per l’ennesima volta aumenti salariali, e neppure la fiducia in un populista che pretenda di redistribuire la ricchezza, come un Chavez. La storia del XX secolo ha dimostrato che il capitalismo controllato dallo Stato era ancora capitalismo e non comunismo (come nella Russia stalinista). E non era neppure un passo verso di esso, ma solo un forma differente di estorsione di plusvalore dalla classe lavoratrice.

Oggi ci sono risorse a sufficienza per garantire a tutti una vita decente senza dover sopportare lunghe ore di lavoro, ma l’attuale sistema antagonistico di produzione non vi accederà. L’accumulazione di capitale dipende dalla povertà della vasta maggioranza della popolazione. Tale vasta maggioranza, che produce la ricchezza del mondo, detiene anche la chiave per porre fine a tale situazione e per instaurare un modo di produzione migliore. La lotta di classe non scomparirà, sebbene la censura deliberata delle notizie degli scioperi di migliaia di lavoratori in tutto il mondo voglia farlo credere. La lotta collettiva contro gli attacchi costanti del capitalismo deve dare vita ad un movimento genuinamente anti-capitalistico che tenti davvero di attuare il programma comunista per la prima volta nella storia. Ma questo non può avvenire dalla sera alla mattina.

Ogni lotta parziale deve portare a una riflessione sulla natura del sistema, una riflessione che condurrà un numero sempre più grande di proletari a diventare consapevoli della posta in gioco. Ma ciò è possibile a condizione che i rivoluzionari giochino un ruolo di direzione politica in queste lotte e in questa riflessione e convincano i lavoratori sulla necessità di lottare per la futura società comunista.

Sebbene oggi partiamo da una base ristretta, è a questo che i gruppi del Bureau Internazionale per il Partito Rivoluzionario si dedicano per contribuire a forgiare il futuro partito internazionale del proletariato, ben prima di questo scontro storico. Un tale partito non sarà uno strumento di potere, ma di direzione nelle lotte, uno strumento che combatte tutte le false alternative che questo sistema decadente e disperato getterà sul cammino dei lavoratori.

La vera alternativa è chiara. O il capitalismo continua ad accrescere la miseria di milioni di persone, a creare fame, a condurci verso la catastrofe ecologica, a produrre sempre più guerre, oppure la classe lavoratrice riafferma politicamente la propria esistenza in quanto classe e riscopre il suo proprio programma politico. La grande questione della storia rimane la stessa: la barbarie capitalista da una parte contro il nostro socialismo dall’altra.

Proletari di tutti i paesi, unitevi!
Abbiamo un mondo da conquistare!
1 Maggio 2007
Bureau Internazionale per il Partito Rivoluzionario
Gruppe Internationaler Sozialistinnen (Germania)
Comunismo (America Latina)

QUEST’ANNO BATTAGLIA COMUNISTA -PARTITO COMUNISTA INTERNAZIONALISTA - SARA’ PRESENTE A TORINO PER IL CORTEO “NAZIONALE” DEL 1 MAGGIO 2007 CI TROVERETE IN PIAZZA VITTORIO VENETO DALLE 9:30 ….

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Wednesday, April 25, 2007

AVVIARE UNA GRANDE STAGIONE DI CAMBIAMENTI RADICALI PER UNA REALE ALTERNATIVA !

Contro il governo della guerra, della TAV

e della rapina del TFR

Contro il programma comune della borghesia imperialista che colpisce le masse popolari italiane e dei paesi oppressi

Ci sono circa 15.000 tra soldati, carabinieri, poliziotti, guardie di finanza e altro personale che i governi di Centro-destra e di Centro-sinistra hanno inviato in missioni all’estero, in disprezzo della volontà espressa da gran parte delle masse popolari del nostro paese e in spregio della stessa Costituzione italiana che, all’art. 11, stabilisce che “l’Italia ripudia la guerra come strumento di offesa alla libertà degli altri popoli e come mezzo di risoluzione delle controversie internazionali”: oltre a quelle più note in Afghanistan, in Libano e in Iraq, ci sono quelle in Kosovo, in Bosnia-Erzegovina, in Albania, in Macedonia, in Croazia, nella Serbia Montenegro, in India-Pakistan, in Eritrea, in Etiopia, in Somalia, nel Darfur (Sudan occidentale), in Marocco, in Egitto, in Palestina, a Malta, a Cipro.

Missioni decise, condotte e dirette dall’ONU, dall’Unione Europea, dalla NATO o unilateralmente dal governo degli imperialisti USA: l’unica differenza tra i governi di Centro-destra e quelli di Centro-sinistra è che la banda Berlusconi appoggiava ogni aggressione condotta dagli imperialisti americani senza neanche far finta di rispettare le norme e regole del diritto internazionale e senza la copertura delle istituzioni internazionali, quindi non solo sudditanza, ma prostituzione agli imperialisti USA; il circo Prodi invece è più incline a continuare a usare quella copertura, a condurre vecchie e nuove guerre dietro quella copertura. La banda Berlusconi rappresentava quella parte dei gruppi imperialisti nostrani che conta di conquistarsi nuove aree di sfruttamento, rapina e saccheggio mettendosi al seguito degli imperialisti USA; invece il circo Prodi rappresenta quei gruppi della borghesia imperialista nostrana che pur con tanti tentennamenti e dubbi sono per coalizzarsi con quanti (in primo luogo gli imperialisti francesi e tedeschi) vorrebbero sottrarsi all’egemonia degli imperialisti USA e lanciarsi autonomamente alla conquista di nuove aree di sfruttamento, rapina e saccheggio, ma non hanno ancora la forza per farlo e quindi non mettono in discussione la sudditanza al governo USA.

Missioni di guerra camuffate da missioni di “pace”, “umanitarie”, “di ricostruzione”, “per portare la democrazia”, per “porre fine a dittature e terrorismo”, per “garantire sicurezza e stabilità nel mondo”, per “garantire il rispetto della legalità”, ecc.: l’unica differenza tra Centro-destra e Centro-sinistra è che la banda Berlusconi mostrava i muscoli mettendo arrogantemente l’accento sulla lotta con ogni mezzo contro il terrorismo e sulla difesa della superiorità occidentale; il circo Prodi invece pudicamente e mellifluamente mette avanti obiettivi alti, nobili e umanitari, manda i soldati italiani a fare la guerra e nello stesso tempo organizza (per adesso parla di organizzare) conferenze di pace.

Sono diversi i metodi, gli alleati, gli argomenti e i toni della propaganda, ma non è cambiata la sostanza. Le missioni di guerra e di aggressione a cui il nostro paese partecipa non sono diminuite, anzi: in Libano e in Afghanistan il governo Prodi-D’Alema-Bertinotti (più Epifani) si è impegnato a servire maggiormente gli imperialisti sionisti e USA contro la resistenza delle masse popolari e le organizzazioni che la promuovono e dirigono. Il governo “amico” ha ritirato le truppe italiane dall’Iraq, ma continua ad addestrare forze armate e di polizia irachene, tiene corsi per magistrati e funzionari iracheni, invia nuovo personale non diplomatico all’ambasciata italiana a Baghdad. “I nostri soldati si ritirano perché hanno compiuto la loro missione grazie alla quale si sono guadagnati la gratitudine degli iracheni e le congratulazioni degli alleati” è stato grossomodo il tenore delle dichiarazioni dei politici nostrani, di destra e di sinistra, che hanno accompagnato il ritiro dei soldati italiani dall’Iraq. Missione compiuta, dunque, ma di guerra, devastazione, morte! Cosa lasciano i soldati italiani che sono andati in Iraq al seguito di quelli USA e inglesi? Le stime di organismi internazionali parlano di 350 mila iracheni morti (di cui il 93% civili), che si aggiungono al milione di morti causati dall’embargo del 1991-2003 (di cui il 70% bambini), e un numero ancora più alto di feriti, gli esponenti della Resistenza irachena presenti alla Conferenza internazionale di Chianciano, invece, denunciano un numero ben più alto di morti e feriti; dai 10 ai 15 mila detenuti sottoposti alle torture e alle sevizie che le foto di Abu Ghraib hanno mostrato a tutto il mondo; dai 4 ai 7 milioni di sfollati (un quinto dell’intera popolazione); la distruzione di gran parte delle infrastrutture, strade, fabbriche, scuole, ospedali, mercati, acquedotti, ecc.; un gran numero di malattie e di malformazioni causate dalle armi chimiche, queste sì reali armi di distruzione di massa, usate dagli eserciti invasori; intere città, Falluja e Talafar, distrutte con una ferocia e una brutalità che non hanno nulla da invidiare alle peggiori stragi naziste. E per avere un’idea, anche se solo approssimativa, di come vive la gente a Falluja dopo che i soldati americani “hanno vinto sui terroristi” (ma la situazione non è molto diversa nel resto dell’Iraq occupato) riportiamo alcuni stralci di un’intervista a Mohammed Tareq Halderaji, esponente del Centro Studi per i diritti umani di Falluja: “A Falluja (…) non c’è sicurezza, non si segue nessuna legge e la città è come una prigione. Non possiamo né entrare né uscire facilmente, dobbiamo aspettare a lungo. Inoltre gli americani, per prevenire problemi, usano le armi: per questo sparano dei colpi in aria (…) e quando entrano dentro, prendono chiunque dalla popolazione, come detenuti, anche sparando ai civili se i soldati lo vogliono. Di notte un aereo vola a lungo sopra Falluja. Perché? Forse soltanto per studiare i civili. (…) A Falluja ora ci sono molte malattie nuove, come cancro, nascite di bambini anormali, causate dai bombardamenti chimici in aprile e in novembre. Inoltre ci sono molte persone negli edifici clinici dentro Fallujah e negli ospedali generici. Ma la situazione è molto tragica durante la notte, perché a causa del coprifuoco è proibito uscire dopo le 22. In questo modo, come possiamo andare all’ospedale? Non è possibile. Se qualcuno sta male deve aspettare fino alla mattina dopo prima di andare all’ospedale. Uscire è davvero pericoloso, ma nel frattempo si può morire”.

Chi sono allora i terroristi? I partigiani della Resistenza irachena che lottano con ogni mezzo per liberare il loro paese e il loro popolo dagli eserciti di occupazione o i governi che mandano i soldati a uccidere, devastare e torturare la popolazione irachena e la schiera di imprenditori, affaristi, speculatori, finanzieri, trafficanti e avventurieri a cui aprono la strada?

Chi sono gli eroi della patria? I partigiani della Resistenza irachena che combattono con determinazione e spirito di sacrificio per impedire che la loro gente venga uccisa, massacrata, torturata, seviziata, schiacciata o i soldati degli eserciti occupanti?

Il 27 marzo in Senato è al voto il rifinanziamento della missione italiana in Afghanistan. Ebbene in Afghanistan cambiano i numeri, ma la situazione non è molto diversa: migliaia di afgani morti, feriti, prelevati, incarcerati e torturati nel lager di Guantanamo, sfollati, malati, distruzioni e massacri sono, per le masse popolari afgane, il risultato di sei anni di aggressione e occupazione degli eserciti USA e alleati. La coltivazione dell’oppio era una piaga che la missione statunitense e complici aveva proclamato di voler eliminare, ma i fatti dicono il contrario: dal 2001, cioè dall’arrivo dei soldati usa e alleati, ad oggi la produzione di oppio si è estesa a tutte le 32 province dell’Afghanistan, ha raggiunto le 6 mila tonnellate annue (il 90% della produzione mondiale) per un giro d’affari stimato intorno ai 2,3 miliardi di dollari. A riprova che gli eserciti imperialisti spianano la via agli affari e ai traffici, legali e illegali, degli imperialisti e per gli imperialisti l’unica vera, sacra e inviolabile legalità è quella che permette di accrescere i loro profitti, che garantisce loro potere, privilegi e lussi.

Le guerre di aggressione degli imperialisti e dei loro governi creano e aumentano problemi e difficoltà anche alle masse popolari del nostro paese, provocano sofferenze, non paragonabili a quelle inflitte alle popolazioni dei paesi aggrediti, anche alle masse popolari del nostro paese. Il governo Prodi ha stanziato per il 2007 1 miliardo e 40 milioni di euro per rifinanziare le missioni militari all’estero, comprese quelle in Afghanistan e in Libano. Sono soldi che ha rapinato e conta di rapinare dalle tasche dei lavoratori e delle masse italiane sotto forma di tasse, ticket, aumenti dei costi dei servizi, rincaro dei prezzi, ecc. Sono soldi che non ci sono e non ci saranno per costruire nuove case popolari, per garantire ospedali efficienti e gratuiti per tutti, per far funzionare le scuole, per pagare gli insegnanti e gli altri pubblici dipendenti e per tante altre cose che migliorerebbero la vita dei lavoratori e delle masse popolari. In due giorni, il 4 e 5 marzo, venti persone, tra uomini, donne, anziani e bambini, sono morti in Afghanistan sotto i bombardamenti dei soldati statunitensi. Perché e che cosa dovrebbe impedire che le organizzazioni della resistenza afgana o a loro vicine facciano lo stesso nel nostro paese? Forse che i vertici militari USA hanno detto che è stato un errore e un “effetto collaterale” della loro guerra? Forse che D’Alema si è turbato e ha detto che appoggerà un’inchiesta indipendente del governo afgano, che è un governo fantoccio degli imperialisti USA e di inchieste indipendenti ne ha già aperte ben 15? Forse che i soldati che hanno compiute queste ultime stragi sono statunitensi e non italiani? Ma i soldati italiani, in Afghanistan, sono a fianco di quelli statunitensi, sono dalla stessa parte e, ammesso e non concesso che non facciano le stesse cose di quelli USA, contribuiscono e lavorano perché i soldati USA possano farle! E per prevenire possibili “attacchi terroristici” nel nostro paese le masse popolari si vedranno propinare più limitazioni e controlli, agli aeroporti, nelle stazioni, ecc. Anche la sudditanza agli imperialisti USA, l’apertura del nostro paese alle loro basi, come a Vicenza e a Cameri, alle loro trame, alle loro operazioni la pagano le masse popolari sulla loro pelle, Cermis e Ustica insegnano. Infine a fare la guerra il governo Prodi non ci manda certo i figli suoi o dei suoi compari o mandanti, ma giovani, e meno giovani, delle masse popolari, che usa come strumento di distruzione e come carne da macello. Vale la pena spendere qualche parola di più su questo argomento: in Afghanistan tutti i servizi segreti e le altre centrali di guerra degli imperialisti parlano di “offensiva di primavera dei Talebani”, cioè prevedono un inasprimento della resistenza; in Libano tutto sembra tranquillo, ma il fuoco cova sotto la cenere: a inizio febbraio ci sono state le prime avvisaglie che i combattimenti divamperanno, e non può che essere così, visto che i soldati italiani sono lì a reprimere e spezzare la resistenza delle masse libanesi al protettorato americano e sionista e le organizzazioni che la dirigono. Questo inevitabilmente si tradurrà in un aumento dei soldati italiani morti e feriti: il governo Prodi li esalterà come eroi e cercherà di usare la loro morte per creare un’opinione favorevole alla guerra, alle limitazioni e ai sacrifici che questa costa alle masse del nostro paese, per convincere altri giovani ad arruolarsi mercenari. Noi dobbiamo invece denunciare il governo Prodi come l’unico vero responsabile della loro morte per rafforzare anche in questo modo la mobilitazione delle masse popolari italiane per il ritiro delle truppe (è l’unico modo per impedire che dei soldati italiani muoiano) e contro il governo della guerra.

Le masse popolari italiane e dei paesi oppressi hanno di fronte lo stesso nemico: la borghesia imperialista e i suoi governi. Quelli chevogliono imporre la TAV, la base a Vicenza e la rapina del TFR alle masse del nostro paese sono gli stessi che seminano morte e devastazione nei paesi oppressi.

Promuovere il sostegno alla resistenza delle masse popolari dei paesi oppressi fino alla vittoria e alla cacciata degli aggressori.

Promuovere ed estendere la mobilitazione delle masse popolari italiane contro la borghesia imperialista, contro il suo programma di miseria e guerra, contro i suoi governi e le sue autorità.

Mobilitare e unire nella lotta contro la guerra imperialista tutti quelli che hanno dei buoni motivi per essere contro.

La mobilitazione contro la guerra imperialista è legata ed è parte della più generale lotta per impedire che il governo Prodi faccia ciò che non è riuscito alla banda Berlusconi, in ogni campo.

Orientare e indirizzare la lotta contro il governo della guerra e della miseria contro la borghesia e i suoi governi, per la sconfitta della borghesia imperialista nei paesi oppressi e qui da noi.

Fare dell’Italia un nuovo paese socialista!

Partito dei Comitati di Appoggio alla Resistenza per il Comunismo (P-CARC)

www.carc.it

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RITORNA IN STREAMING L’INFORMAZIONE ANTIFASCISTA E ANTICAPITALISTA DI RADIO 2000 BLACKOUT

IN TUTTA ITALIA E NON SOLO SI PUO’ TORNARE AD ASCOLTARE L’INFORMAZIONE ANTIFASCISTA E ANTICAPITALISTA DI RADIO 2000 BLACKOUT CON SEDE A TORINO, GRAZIE ALLA RIAPERTURA DELLO STREAMING.

INTANTO RICORDIAMO CHE OGGI SULLE FREQUENZE DELLA RADIO GIORNATA DI INFORMAZIONE E MUSICA DI LIBERAZIONE IN OCCASIONE DEL 25 APRILE 2007 …..

 

Ritorna lo streaming di blackout

Per poter ascoltare utilizza un software come xmms (se usi linux) o winamp (se usi winzoz), premi CTRL+L o seleziona apri URL dal menù e inserisci uno dei due indirizzi:

Alta qualità -> http://stream.radioblackout.org/blackout.mp3 (se hai una buona connessione)
Bassa qualità -> http://stream.radioblackout.org/blackout-low.mp3 (per connessioni un attimo più scalerce)

Il palinsesto nella tipica tradizione blackouttiana è in continua trasformazione, per ora alcune trasmissioni di particolare interesse sono:

Macerie, per una critica alla società capitalista il lunedì mattina
Bello come una prigione che brucia, informazione anticarceraria il giovedì mattina
Parole Ribelli, informazione universitaria il giovedì pomeriggio
Il nido del cuculo, trasmissione antipsichiatrica di critica radicale e informazioni sulla psichiatria, giovedì pomeriggio
Peste e Corna, programma di disfattismo culturale ad alto contenuto erotico/eretico, giovedì pomeriggio
Interzona, elettronica e resistenza alla tecnologia, giovedì sera
La fattoria degli animali, realtà e mitologia delle cooperative sociali, venerdì pomeriggio
Tuttosquat, e la lotta quotidiana alla repressione, venerdì sera

Per maggiori contatti: blackout at ecn.org e i due siti di riferimento: www.ecn.org/blackout e www.radioblackout.org

Ricordiamo che il sito www.radioblackout.org è stato ultimamente aggiornato, ed ospiterà informazioni sulle attività di blackout, sui suoi dj, i servizi audio e non solo!

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Sunday, April 22, 2007

PRIMO MAGGIO A TORINO….

PRIMO MAGGIO A TORINO:

Quest’anno la città simbolo della ricorrenza di Lotta del PRIMO MAGGIO è Torino, città della resistenza, e dello storico ruolo della classe operaia del nostro paese, ci fa strano e ci delude che le dirigenze sindacali si ricordano troppo poco di questa città, e se lo fanno lo fanno solo per servilismo puramente turistico post-olimpiadi…. ma  lasciamo perdere le polemiche politiche.

Il nostro collettivo, ancora piccolo e poco numeroso, ma ricco di idee e di volontà di entrare nel panorama politico italiano, che sembra tutto meno che positivo, la classe operaia si trova completamente senza un partito forte di rappresentanza e di lotta, lo scioglimento dei DS, e le storture del PRC lo dimostrano quotidianamente, ma anche noi marxisti leninisti siamo troppo frammentati e settari, questo è causa anche dei continui attacchi padronali ai diritti dei lavoratori, vedi la riforma del TFR, tirata fuori e discussa dal centro-destra e portata a termine dal centro-sinistra. La frammentazioni delle organizzazioni e dei partiti marxisti leninisti, purtroppo non può sicuramente rincuorare la classe operaia Italiana, solo l’unità delle nostre organizzazioni e dei nostri orientamenti ci potrà portare ad un nuovo soggetto grande e rivoluzionario….

Con questo intento il nostro collettivo aderisce al corteo del primo maggio a Torino, un’intento di unità, per la costruzione di un vero e proprio Fronte Unito Marxista - Leninista !

 

CORTEO DA PIAZZA VITTORIO (TO) ORE 9:00 1 MAGGIO 2007

 

Collettivo Marxista - Leninista di Unità Proletaria  

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Monday, April 16, 2007

Appello per la partecipazione al corteo del 25 Aprile a Milano


25 Aprile 1945 – 25 Aprile 2007 La Resistenza continua Fino alla vittoria!
Ieri le gesta delle armate coloniali del duce all’estero, con le missioni in Albania, in Libia,la campagna d’Etiopia, la partecipazione alla guerra civile di Spagna e al II conflitto mondiale, seminavano distruzione e morte. Le strutture e le milizie per la repressione politica creavano uno stato di terrore all’interno arrestando, torturando ed eliminando ogni oppositore antifascista e ogni comunista. Li chiamavano “Banditi”.
Leggi di guerra, tra cui i reati associativi, stavano alla base del clima costante di caccia alle streghe e l’Ovra (Organizzazione per la vigilanza e la repressione dell’antifascismo), forte di queste leggi, sorvegliava e puniva. Le carceri italiane erano piene di oppositori, comunisti, antifascisti e anarchici. Da San Vittore si levava forte l’aspirazione di libertà e giustizia di centinaia di prigionieri mentre le masse popolari subivano miseria, morte, dolore e sfruttamento.
Le masse popolari, allora, organizzate nella Resistenza partigiana, si sono ribellate e hanno vinto il terrore nazi-fascista!
Oggi le armate del governo Prodi e soci sono presenti in molti fronti di guerra, dall’Iraq all’Afghanistan al Libano. Gli operai, i lavoratori, i giovani e le donne delle masse popolari subiscono attacchi pesantissimi alle loro condizioni di vita. Miliardi vengono impiegati per le spese militari e per la repressione interna mentre viene scippato il Tfr, aumentano i costi della sanità e si abbassano i salari. Anche oggi le carceri italiane sono piene di oppositori, di stranieri considerati “nemici”, di anarchici, di comunisti. Oggi li chiamano “terroristi”.
Hanno varato nuove leggi di guerra ancor più odiose e razziste di quelle del ventennio, negli ultimi anni hanno incarcerato e inquisito, con i reati associativi, centinaia e centinaia di compagni e anarchici. Con l’operazione “Tramonto”, voluta da “sinistri” magistrati come Spataro e la Bocassini, tengono in carcere sotto la tortura dell’isolamento 14 comunisti rei di aspirare e lottare per una società non più divisa in classi e senza guerre. Da San Vittore, Opera, Monza e Bollate e da tutte le carceri anche oggi si alza un grido per la libertà.

Cosa è cambiato?
La crisi irreversibile in cui da tempo si dibatte il sistema imperialista in cui viviamo si è aggravata e porta, come all’epoca del fascismo e del nazismo, sempre più chiaramente verso la guerra. I padroni puntano alla mobilitazione reazionaria. La falsificazione della realtà è diventata la legge per tentare di gestire il consenso. La massima di Goebbels, microfono del III Reich, “La propaganda è come l’arte, non ha bisogno di rispettare la verità” è il principio guida dell’informazione odierna.
Così le occupazioni militari diventano missioni umanitarie per portare la democrazia, così chi resiste e si organizza per ribellarsi, sia nei territori di guerra che all’interno dei paesi imperialisti, diventa un pericoloso terrorista.
La diversità sta nel fatto che i nazisti rivendicavano apertamente il loro progetto razzista e di dominio sull’umanità mentre gli imperialisti moderni, in Italia oggi il governo Prodi e soci, si travestono da difensori della democrazia per portare avanti i loro sporchi piani. I nazisti di ieri erano dei criminali coerenti, gli imperialisti di oggi sono dei criminali viscidi e bugiardi.
Sono gli stessi della guerra in Iugoslavia nel 1998.
Per arrivare a quello che stanno facendo oggi, una rinnovata aggressività imperialista italiana che partecipa alle guerre di conquista di risorse energetiche e di nuovi mercati, hanno però bisogno di annichilire ogni potenzialità di rivolta dei popoli da dominare e dei proletari da “arruolare” nelle nuove imprese belliche. Attaccano per questo la principale ideologia di liberazione e riscatto sociale che ha contrassegnato il secolo scorso: il comunismo.
Per questo non solo la destra ma anche tutta la “sinistra” istituzionale, fino a quella definita “radicale”, si impegna con costanza a revisionare vergognosamente la storia arrivando ad equiparare il fascismo al comunismo, Hitler a Stalin, i campi di sterminio alle foibe… consegnando alle nuove generazioni “rinnovati” programmi scolastici in cui i partigiani sono in ultima analisi responsabili delle rappresaglie stragiste dei nazi-fascisti e dove Mussolini viene dipinto come un bravo statista il cui unico errore fu di dichiarare guerra agli alleati.
Un indottrinamento massiccio in cui il comunismo viene attaccato e il fascismo “recuperato”.
Tanto accanimento contro il comunismo e il suo portato di emancipazione sociale fa pensare che la borghesia sia tuttora terrorizzata da questa ideologia e abbia dunque bisogno di esorcizzarla quotidianamente per estirparla dalle teste degli sfruttati!
E quando ciò non basta e sente odore di rosso la borghesia attiva tutti gli apparati repressivi per assicurare alla galera chi professa e pratica idee rivoluzionarie, le uniche che possano fermare la reazione e la guerra. E la paura aumenta, tanto più oggi che la capacità di resistere all’imperialismo e di infliggergli duri colpi è di nuovo tornata ad essere concreta e visibile a tutti: in Iraq, in Palestina, in Asia e in America Latina.

Oggi come ieri, partigiani sempre
Con la resistenza dei popoli contro la guerra imperialista!
Con la resistenza degli operai, dei lavoratori, dei precari delle donne e dei giovani contro lo sfruttamento
Con la resistenza dei prigionieri rinchiusi nelle carceri imperialiste
Basta con le missioni di guerra e con la repressione di chi lotta
Basta con la tortura psicofisica dell’isolamento
Libertà ai i popoli
Libertà ai compagni in carcere e a tutti i prigionieri

Coordinamento di lotta per la Palestina, Milano

Per discutere la partecipazione unitaria al corteo, è indetta una riunione
MERCOLEDI 18 APRILE ore 21.30 presso la Panetteria Occupata, via conterosso, 20 - Milano

coordpalestina@yahoo.it

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Wednesday, April 11, 2007

COSTRUIRE L’OPPOSIZIONE AL CENTRODESTRA E AL CENTROSINISTRA !

 COSTRUIAMO OPPOSIZIONE


 

Se qualcuno si era illuso che con il nuovo governo di centrosinistra ci sarebbe stato un cambiamento di rotta, non è occorso molto tempo per doversi ricredere di fronte alle politiche sociali, economiche e belliche messe in atto.
Da subito abbiamo cominciato a subire le conseguenze negative delle politiche sui contratti e sulla precarietà del lavoro, sulla scuola e la sanità, sulle pensioni e sul trattamento di fine rapporto, sul territorio e le grandi opere, che si accompagnano, ancora oggi come ieri, a quelle sulle missioni all’estero e sulle basi militari.
Anzi la continuità sostanziale con il precedente governo presenta addirittura un peggioramento se si guarda, per esempio, a quanto di innovativo contiene la finanziaria nel campo delle spese militari - per la prima volta viene creato un fondo per le missioni di un miliardo di euro all’anno e si aumenta il budget complessivo di queste spese portandolo a 21 miliardi - e se si guarda, senza il fumo negli occhi delle “coperture” fornite dall’ONU, alle motivazioni profonde della nuova missione in Libano.
In realtà il gioco delle “differenze” tra governi di centrodestra e di centrosinistra, almeno per la politica estera, sta dentro al binomio unilateralismo-multilateralismo e, dunque, in ogni caso, dentro dinamiche di dominio al servizio dell’una o dell’altra potenza che si costruisce, in loco, le proprie più o meno strategiche o strumentali alleanze, per l’espansione nel mondo dei propri gruppi economico-militari. Là dove vi sono delle diversità (es: nel rapporto con gli Stati Uniti), non vengono messi in discussione gli interventi militari, ma semmai li si vuole condurre nell’ambito ONU insieme alle altre potenze europee e con una relativa autonomia rispetto all’alleato statunitense. Lo stesso ritiro delle truppe dall’Iraq (già deciso dal governo precedente) non esclude azioni armate meno appariscenti, con l’invio di istruttori presso le forze del governo iracheno oppure con l’uso di contractors (mercenari pagati dal governo) al seguito delle aziende italiane presenti in loco (es. ENI).
Alla faccia d’ogni altra considerazione e ossimoro sulle “missioni di… pace” o sulle “guerre… umanitarie”…
In questo contesto, questo governo ha deciso il raddoppio della base USA a Vicenza e, ultimo in ordine di tempo, il rifinanziamento della missione in Afghanistan, avvenuto, per giunta, senza necessità numerica dei contributi parlamentari pure offerti dal centrodestra.

E tuttavia,
almeno a confortarci di fronte ad un quadro così poco rassicurante, vediamo svilupparsi nuclei significativi di resistenza ai progetti di ulteriore militarizzazione e devastazione del territorio: in particolare, il movimento contro la nuova base USA di Vicenza ha segnato con le due straordinarie manifestazioni del 2 dicembre e del 17 febbraio una svolta contro le politiche belliche del governo e rilanciato il terreno di una stagione di lotte che voglia rompere la complicità dell’Italia con la guerra permanente.
Altri importanti momenti di forte opposizione sociale pongono il tema dell’uso del territorio ed altri ancora segnalano il conflitto dentro i luoghi di lavoro contro le subalternità sindacali al “governo amico”.
Si può prospettare, dunque, a partire dalla strutturazione sul proprio territorio, la costruzione di una rete di solidarietà e di mutuo appoggio tra i diversi spezzoni del movimento di opposizione alle politiche di guerra e di sfruttamento.

Per fare informazione, confrontarsi e approfondire i temi sopra descritti con le associazioni, i comitati contro la guerra, i gruppi, le individualità che si oppongono a tutte le guerre il coordinamento milanese contro la guerra, nato tra il settembre e l’ottobre dello scorso anno promuove una

Assemblea Pubblica
sabato 21 aprile dalle ore 15.00
presso l’Aula Magna dell’IIS “Tenca” e “Severi” - Bastioni di Porta Volta, ang. P.le Biancamano (MM Moscova)

* Mobilitazione di Vicenza: in appoggio alle iniziative dell’Assemblea Permanente - organismo dell’autorganizzazione popolare - per impedire il proseguimento dei lavori per il raddoppio della base militare.

* Mobilitazioni per il ritiro di tutte le truppe, dall’Afghanistan al Libano e per la cessazione della guerra in Iraq.

* Preparazione e sostegno alla mobilitazione nel territorio di Novara e alla manifestazione prevista per il prossimo 19 maggio per la chiusura delle basi militari Nato di Bellinzago Novarese, Solbiate Olona e dell’aeroporto di Cameri - un complesso coordinato per rifornire la logistica (carburante, trasporto di truppe e di mezzi) per l’impiego nelle varie zone di guerra.

* Confronto e approfondimento per promuovere il reciproco appoggio fra le realtà che si attivano contro la guerra e lo sfruttamento e l’organizzazione di nuove iniziative, a partire da un

Presidio in S. Babila mercoledì 25 aprile dalle ore 15.00 (?)

Prime adesioni:
Confederazione COBAS, SLAI Cobas, USI Sanità, Federazione Anarchica Milanese, Movimento per il Partito comunista dei lavoratori- sezioni di Milano, Brianza e Lodigiano, CSA Vittoria, Rete dei Comunisti, Circolo dei Malfattori, Gruppo Libertario di Casatenovo, Pagine Marxiste, associazione Le Radici e Le Ali, CUB Lorenteggio, Circolo Zabriskie Point di Novara………..

http://www.autprol.org/

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Tuesday, April 10, 2007

L’OCCIDENTE CONTRO IL RESTO DEL MONDO….

L’Occidente contro il resto del mondo”_ L’intervento di Tariq Ali a Torino

Di passaggio da Torino per la presentazione del suo romanzo del “ALL’OMBRA DEL MELOGRANO”, il saggista, regista, romanziere e critico-militante Tariq Ali ha risposto alle domande dei lettori e dei giornalisti spaziando a 360° dall’influenza islamica nel rinascimento italiano a frammenti di storia coloniale e rimossa, dall’integralismo cristiano agli spettri di nuove esperienze concentrazionarie (ricordando l’olocausto e l’internamento dei nippo-americani durante la 2a Guerra Mondiale). Al centro della sua riflessione, come sempre, la politica internazionale tra geo-politica delle potenze e resistenze delle popolazioni.

“ALL’OMBRA DEL MELOGRANO” è una parabola ancora attuale delle incertezze di identità dell’Europa, dell’influenza islamica sulla sua cultura e sull’intolleranza del diverso, prisma di questioni affronate nel libro attraverso la narrazione delle vicende che segnarono la fine della dominazione islamica per mano dell’impero cristiano di Isabella, suggellata dalla Reconquista di Granada.
___________

Tariq Ali, militante antimperialista pachistano, vive da lungo tempo in Inghilterra dove dirige da anni la New Left Review, è anche storico, analista politico culturale, romanziere e regista cinematografico. Ha pubblicato alcuni celebri studi sull’islamismo e sui suoi rapporti con le culture occidentali. I suoi romanzi storici, raggruppati sotto l’etichetta di «Islam Quintet», comprendono anche Un Sultano a Palermo, The Book of Saladin e The Stone Woman. Attualmente sta lavorando all’atto finale del quintetto. Alla fine del 2003 un bel libro, Bush in Babylon, che ricostruisce la storia dell’Iraq e dei suoi conflitti fra classi ed etnie a partire dalla fondazione di questo stato (una creazione artificiosa dell’imperialismo britannico) alla fine della prima guerra mondiale (il libro è stato pubblicato in Italia da Fazi editore col titolo Bush in Babilonia).
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Sunday, April 8, 2007

LE PEN SI RI VOLGE ALLE RAGAZZE: MASTURABREVI !

IL FASCISTA LE PEN ALLE RAGAZZE !

Il monito di le pen alle ragazze…. Volete evitare gravidanze indesiderate? MASTURBATEVI!

immagine
Il presidente dell’ultradestra
gela la platea, il pubblico:
“E’ un fascista”
PARIGI
Contro le gravidanze indesiderate, la masturbazione: questo il consiglio che il candidato alla presidenza dell’ultradestra francese, Jean-Marie Le Pen, ha rivolto alle donne nel corso di un dibattito svoltosi all’Istituto di Scienze politiche di Parigi, guadagnandosi gli insulti del pubblico.

All’evento, organizzato giovedì scorso dalla rivista femminile Elle, partecipavano anche i tre candidati favoriti: il conservatore Nicolas Sarkozy, il centrista Francois Bayrou e la socialista Segolene Royal, che ha affermato: «È giunta l’ora delle donne: quando la causa femminile avanza avanza anche quella maschile».

Le Pen - ultimo a parlare - ha escluso qualsiasi ipotesi di quote rosa in un suo ipotetico governo, definendo «imbecilli» gli studenti che lo hanno tacciato di «fascista» e «razzista».

 

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