Tuesday, September 26, 2006

CON CUBA PER CUBA ! 30 SETTEMBRE MANIFESTAZIONE NAZIONALE A MILANO !

 

 

CON CUBA CONTRO TUTTI I TERRORISMI PER LA VERITA’ E LA GIUSTIZIA


Dopo la manifestazione di Washington di sabato 23 settembre, quando una marcia composta da più di 3km di persone ha sfilato per le strade della capitale statunitense e davanti alla Casa Bianca per chiedere la scarcerazione dei “cinque cubani”, finalmente anche in Italia si potrà scendere in piazza contro tutte le forme di terrorismo.

Il 30 settembre infatti a Milano avrà luogo una manifestazione nazionale “con Cuba contro tutti i terrorismi:per la verità e la giustizia”, organizzata dall’associazione “amicizia Italia-Cuba“. E’ giusto fare chiarezza e condannare il terrorismo in tutte le sue forme, ponendo l’accento sul fatto che anche paesi “democratici, moderni e occidentali” possano macchiarsi di attività terroristiche ed eversive (come il caso degli Stati Uniti nei confronti di Cuba).

Il 4 Settembre del 1997, a L’Avana, una bomba uccideva il giovane italiano Fabio Di Celmo: è stato una delle 3.478 vittime di un terrorismo con il quale, assieme al blocco economico, si è cercato in questi anni di piegare lo spirito di indipendenza di Cuba. Il mandante di quell’attentato, di cui ha pubblicamente rivendicato la paternità, Luis Posada Carriles, noto terrorista internazionale, gode negli USA di ampie protezioni politiche e non risponde dei suoi crimini.

E invece sono detenuti dal 1998 a carcere duro negli USA, nonostante i pronunciamenti della Commissione Diritti Umani dell’ONU e delle stesse Corti Federali americane, cinque patrioti cubani che operavano per sventare atti terroristici, difendere il proprio paese e salvare tante vite innocenti.

L’Associazione Nazionale di Amicizia Italia – Cuba, nel 45° anniversario della sua fondazione, invita Istituzioni, uomini politici e di cultura, sindacati e tutta la società civile ad aderire a una grande manifestazione nazionale:

  • per la liberazione dei cinque patrioti cubani;
  • perché l’Italia chieda l’estradizione del terrorista Posada Carriles e si renda giustizia al giovane italiano Fabio Di Celmo;
  • per porre fine al blocco economico contro Cuba.
Il corteo partirà alle ore 14 da Corso Venezia angolo via Palestro con arrivo previsto per le ore 16 in via Pirelli angolo M.Gioia (vicinanze consolato cubano). Qui interverranno R. Lopez Clemente (Ambasciatore della Repubblica di Cuba in Italia), Gianni Minà (giornalista ed editore della rivista Latinoamerica), Tecla Faranda, Mauro Bulgarelli (deputato Verdi), Giovanni Russo Spena (senatore PRC), Iacopo Venier (deputato PdCI, Giorgio Oldrini (sindaco di Sesto San Giovanni) e Gino Donè (partigiano, partecipante alla spedizione del Granma). Il programma della manifestazione sarà chiuso da canti e musica che vedrà protagonisti l’Orchestra cubana “Havana sì!”, il coro “Voci di mezzo”, la Banda degli Ottoni e i comici Sesto Cabaret (area Zelig).

Qui potete trovare tutte le adesioni dei partecipanti presenti alla manifestazione : http://www.italia-cuba.it/associazione/segreteria/adesioni.asp

mentre per comunicare la vostra adesione questo è il LINK.

La presenza di tutti sarà fondamentale per la riuscita dell’evento.

Per chi ancora non fosse informato sull’attività terroristica statunitense ai danni di Cuba eccovi alcuni link:

 
 
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Friday, September 22, 2006

30 SETTEMBRE, NO ALLE GUERRE IMPERIALISTE !

Il 30 settembre a Roma tornano in piazza i No War per il ritiro di tutte le truppe dai teatri di guerra e per dire no alla spedizione militare in Libano

 

Comunicato stampa

“Via le truppe italiane da tutti i fronti di guerra”, sarà questo lo  striscione d’apertura della manifestazione nazionale dei No War prevista a  Roma per il prossimo 30 settembre.

A convocarla è un cartello di organizzazioni che hanno deciso di confermare  anche in Italia la mobilitazione europea contro la guerra convocata dal  Forum Sociale di Atene nel maggio scorso. Manifestazioni analoghe si  terranno infatti a Londra, Istanbul, Atene, Spagna, Germania.

La manifestazione di Roma è convocata sulla seguente piattaforma: Per il  ritiro delle truppe da tutti i fronti di guerra; No alla missione militare  ONU in Libano; Fine dell’occupazione della Palestina e rientro di tutti i  profughi; Chiusura di tutte le basi militari NATO ed USA.; Disarmo nucleare,  a partire dai paesi che hanno già le atomiche; Basta con le minacce ai paesi  non sottomessi agli USA; Con la resistenza dei popoli libanese, palestinese,  iracheno, afgano; No alla campagna anti-islamica; Contro il taglio della  spesa sociale e il finanziamento dimissioni militari e armamenti

 

Sulla missione militare ONU in Libano, emersa successivamente al forum di  Atene, ci sono posizioni diverse nel movimento No War italiano ed europeo.

Gli organizzatori della manifestazione del 30 settembre si oppongono infatti  anche all’invio dei militari in Libano e alla missione Unifil e sostengono  le resistenze popolari nei paesi occupati, posizione questa che ha innescato  da tempo discussioni e divergenze.

Le organizzazioni e le reti nazionali che al momento promuovono la  manifestazione del 30 settembre sono la Confederazione Cobas, la federazione  delle RdB/CUB, il Forum Palestina, la Rete dei Comunisti, il Partito  Comunista dei Lavoratori, l’Unione Democratica Arabo-Palestinese, i Comitati  Iraq Libero, il Comitato per il ritiro dei militari italiani, il Campo  Antimperialista, Red Link, Utopia Rossa. A queste si vanno aggiungendo le  adesioni di numerose realtà locali e di personalità “critiche” del mondo  pacifista.

 

Per ora:

Associazione Comunista Il Pianeta Futuro di Pisa

Associazione GiovaneTalpa

Carc

Collettivo Iqbal Masih di Lecce.

collettivo di “Vis-à-Vis

Medicina Democratica – Movimento di Lotta per la Salute

Rete Artisti contro le guerre

 

Maurizio Timitilli Collegio Garanzia Lazio PRC

Marco Compa – Colleferro

Sergio De Biasio - LIBERITALIA - Pordenone

 

Per presentare la manifestazione, gli organizzatori, danno appuntamento per  una conferenza stampa, mercoledì 27 settembre alle ore 12.00 presso la Casa  delle Culture (via S. Crisogono 45, Roma, Trastevere).

 Info: 333 5018630 oppure 338 1347713

romanowar30settembre@libero.it

 

www.italy.indymedia.org categoria guerre globali

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Wednesday, September 20, 2006

NO ALLA GUERRA IMPERIALISTA IN LIBANO !

CONTRO IL TERZO FRONTE DELLA GUERRA IMPERIALISTA

La missione militare in Libano, presentata dalla massiccia propaganda borghese come “di pace”, “umanitaria” e “neutrale”, si pone, invece, l’obiettivo di rafforzare l’influenza imperialista nell’area mediorientale e di indebolire la resistenza del popolo libanese.
L’intervento militare in Libano non va analizzato in modo isolato ma va inquadrato come il terzo fronte di guerra aperto dalle potenze imperialiste, dopo quelli in Afghanistan e in Iraq (…e non bisogna dimenticare l’occupazione nei Balcani a seguito della guerra NATO contro la Jugoslavia nel’99).
Questa spedizione militare avviene sotto l’egida ONU, vero e proprio strumento nelle mani imperialiste e non organismo “equidistante” come propagandato da revisionisti e opportunisti di ogni specie.
Va invece sottolineato come, in questo caso, l’Europa tenda ad assumere un ruolo significativo, in particolare paesi come la Francia e l’Italia.
Ma vogliamo ricordare al movimento pacifista che il “protagonismo europeo” si colloca tutto nel campo imperialista e che esso ha l’obiettivo, al pari degli Usa, di controllare, reprimere e sfruttare i popoli e le risorse naturali in quell’area geopolitica.
In Italia l’esecutivo di centrosinistra ha inviato circa 3.000 soldati! Questa spedizione, unita alla partecipazione all’occupazione dell’Afghanistan, insieme a una politica “interna” di tagli alla spesa sociale, di precarizzazione del mercato del lavoro, danno la dimostrazione del carattere reazionario e antiproletario del governo Prodi-D’Alema-Padoa Schioppa.

L’intervento militare delle potenze imperialiste in più parti del mondo va smascherato denunciandone la sua natura reale: GUERRA DELL’IMPERIALISMO.
Guerra dell’imperialismo che, per far fronte all’acuirsi della Crisi del Modo di Produzione Capitalistico, attacca sempre più il proletariato e i popoli delle Metropoli e del Tricontinente.
L’aggressione imperialista sta trovando una significativa resistenza nella lotta eroica dei popoli iracheno, afgano, libanese e palestinese e, su un piano diverso, nelle Guerre Popolari condotte dai Partiti Comunisti in Perù, Nepal, India e Filippine.
Ma è di vitale importanza però sviluppare anche qui lo scontro di classe, per promuovere il Processo Rivoluzionario nel Centro imperialista come fattore decisivo per la Rivoluzione nei paesi del Tricontinente.
In definitiva, quindi, bisogna acquisire la consapevolezza che l’imperialismo potrà essere sconfitto definitivamente solo con l’affermarsi su scala mondiale del processo rivoluzionario per il Comunismo.

MORTE ALL`IMPERIALISMO!
SOSTENERE LA RESISTENZA DEI POPOLI!
VIA LE TRUPPE ITALIANE DA LIBANO,AFGHANISTAN,IRAQ!

CENTRO PROLETARIO ILIC

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Tuesday, September 19, 2006

NO ALLA BOSSI-FINI, TURCO-NAPOLITANO !

LA GUERRA AGLI IMMIGRATI; LA STRAGE DEI SIN-PAPELES IN VIAGGIO DALL’AFRICA: CONSEGUENZA DELLA MILITARIZZAZIONE DELLE FRONTIERE SUD DELL’EUROPA

 

Sta succedendo ormai da tempo. Solo da poco se ne parla.
Ma da tempo conviviamo (più o meno conspevoli) con un processo di militarizzazione delle terre europee del sud.
La fortezza Europa, minacciata su più fronti da “valanghe umane”, sta portando avanti un affrettato piano per blindare e fortificare le sue frontiere. Da mesi gli apparati di potere sono in allarme e a lungo si sono preparati e incontrati con l’obiettivo di dare il via a sistemi di vigilanza, veri mostri. La logica di fondo è quella della difesa ad ogni costo e con ogni mezzo, con conseguenze devastanti per migliaia di vite umane, quelle degli uomini che si mettono in viaggio per raggiungerla questa “puta europa”. Viaggi che durano mesi e anni, nel tentativo di aggirare frontiere muri recinti; viaggi per terra, per mare, migliaia di vittime del deserto e dell’oceano. E chi arriva ha ancora da pagare con detenzioni e con deportazioni di massa.
Esiste una rotta seguita dalle persone provenienti dall’Africa che passa per il Marocco, porta al mare, da dove poi ci si imbarca sulle piccole pateras per raggiungere le coste europee dell’Andalusia (Granada, Cadiz, Malaga) oppure il sud Italia, Lampedusa in primis. Altro modo, rimanendo su suolo africano si tenta di sconfinare in territorio spagnolo nelle due città enclave di Ceuta e Melilla. E’ proprio qui che è iniziata in maniera brutale la guerra agli immigrati: a cominciare dall’invalicabile recinzione che costeggia tutta la frontiera, chiamata la “valla tridimensional”, un complesso sistema di reti e fossati. Qui si spara direttamente a chi è ancora arrampicato alle reti; Marocco e Spagna collaborano nella mattanza, fuoco incrociato sugli immigrati. Marocco e Spagna firmano accordi per meglio pattugliare la frontiera, dove Zapatero invia il suo esercito e la Guardia Civil, e dove esistono ormai da tempo campi militari e presidii permanenti.

LA VALLA DI CEUTA E MELILLA: SPERIMENTAZIONE SU MODELLO STATUNITENSE DI NUOVI SISTEMI DI FORTIFICAZIONE
Ecco cosa c’è a Melilla, città che si affaccia sul Mediterraneo.
Dopo i tentativi di massa di attraversamento della frontiera, in particolare quelli dell’ottobre 2005, il Governo spagnolo in marzo ha dato il via a lavori di rafforzamento. La valla tridimensional blocca il transito verso la terra spagnola con vari sistemi fisici e tecnologici. Il costo complessivo dell’opera si aggira attorno ai 20 milioni di euro. Si tratta di un sistema unico al mondo che prende a modello quello esistente sulla frontiera tra Stati Uniti e Messico.
Il responsabile dell’impresa costruttrice, Cesar Sayen, descrive nei dettagli l’opera. Si parla di una tripla palizzata di 6 metri di altezza, costituita da reti flessibili che impediscono di appoggiare scale; tutta la struttura rimane inclinata verso il Marocco di 10 gradi, per rendere ancora più difficoltosa la rampicata. Con ciò si ottiene un “ritardo sostanziale” nella scalata che permetterà alle forze di sicurezza di accorrere sul posto.
Non finisce qua. In aggiunta a questi elementi fisici ci sarà un dispositivo di allarme immediato che scatta quando qualcuno si appoggia alla rete e persino un sistema a pressione di acqua e peperoncino “che non è lesivo, però impedisce temporaneamente la vista agli immigrati”. Quando si attiva l’allarme contemporaneamente si accendono dei fuochi lungo il perimetro che creeranno confusione, dato che “gli immigrati che giungono di notte hanno le pupille totalmente dilatate”…
Sugli aspetti tecnologici parla il direttore del progetto, Francisco Vazquez; dice che verranno installati radar sopra torri di controllo che permetteranno alla Guardia Civil di intercettare ogni possibile avvicinamento. “Il sistema permette di lavorare con qualsiasi condizione atmosferica, saranno poste telecamere che inquadreranno il punto dove si è verificato il minimo movimento.”
Per Chacon, delegato del Governo Zapatero a Melilla, la muraglia “è un’opera esemplare che dimostra tutto l’impegno della Spagna nella lotta per la sicurezza e l’inviolabilità delle frontiere” e aggiunge i suoi complimenti all’esercito marocchino per il lavoro di vigilanza svolto.
A fine maggio stesso scenario lungo la frontiera di Ceuta, un poco più a nord-ovest verso lo stretto di Gibilterra.
Anche qui partono i lavori di fortificazione della linea che separa Marocco e Spagna, muro che in realtà salda profondamente questi due Paesi in termini politici e militari, muro che è il frutto di una stretta collaborazione e prova più che concreta dell’impegno del Marocco nella lotta all’immigrazione clandestina. I lavori sono iniziati a metà maggio, portati avanti di giorno e di notte per potere terminare quanto prima il fossato, scavato lungo tutto il perimetro della frontiera e che andrà ad essere il primo ostacolo incontrato da chi tentasse l’attraversamento. Secondo ostacolo sarà un innalzamento del terreno, a mò di monte, realizzato coi detriti degli scavi.
Terzo ostacolo: la valla tridimensional, una tripla palizzata. I militari marocchini hanno piantato le loro tende, poi sostituite da installazioni fisse, dando vita ad accampamenti stabili con le tipiche trincee e le abitazioni per i militari. Insomma, un intero distaccamento destinato alla guerra agli immigrati. I militari non lasciano avvicinare nessuno ai cantieri; una visita veloca permette comunque di individuare almeno 7 basi militari lungo il perimetro.

GLI ASSALTI ALLA FRONTIERA, REPRESSI NEL SANGUE
Il 2 luglio un nuovo tentativo di massa di attraversare la frontiera, a Melilla. Per quel che si sa ci furono almeno due morti (diversi i feriti), uno in terra marocchina l’altro in terra spagnola. In un primo momento le forze di vigilanza lasciano credere che i due immigrati siano morti a causa della caduta dai 6 metri di altezza, ma subito nasce un sospetto, che ci furono degli spari. Solo a fine luglio scoppia il caso, presto dimenticato, e si ha la conferma: quell’alba del 2 luglio si sparò di nuovo sugli immigrati aggrappti alle reti. Il Governo Zaptero si affretta a dichiarare che i colpi non furono da parte della sua Guardia Civil ed anche che tutta la micidiale struttura anti-intrusione “non ha mai causato danni o ferite significative agli immigrati che tentano di oltrepassarla” (dichiarazioni di Camacho, segretario di stato alla sicurezza). Dall’altra parte anche il Marocco si difende dichiarando di avere effettueto spari “regolamentari” solo nel tentativo di “scoraggiare gli immigrati”. Come se facesse differenza. Un vergognoso gioco di scaricabarile. Un terzo immigrato viene colpito da spari riportando lesioni gravi e rimane nell’ospedale di Melilla. Unica conseguenza della vicenda - già dopo i fatti di ottobre 2005 - è un inasprimento dei controlli lungo la frontiera; in terra marocchina si procede d arrestare quante più persone possibile tra le centinaia che si nascondevano nei boschi vicini (da poco tagliati e rasi al suolo per stanare gli immigrati che lì vivevno anche da anni in attesa del momento giusto per tentare l’attraversamento), per poi rispedirle nel deserto.

LE NUOVE ROTTE MIGRATORIE - L’ARCIPELAGO DELLE CANARIE META DEI VIAGGI INFINITI, LO SCENARIO DI GUERRA SI ALLARGA
Il Marocco si è inchinato all’Europa; spiana la strada alla militarizzazione del Mediterraneo. Una conseguenza decisiva è il recente cambio delle rotte e dei percorsi seguiti dagli immigrati. Uno spostamento a sud, sempre più a sud lungo le coste del continente africano. Ora si parte dlla Mauritania e dal Senegal, viaggi in pieno oceano che durano anche oltre 20 giorni con destinazione le isole Canarie, terra spagnola. Infiniti i naufragi, solo di alcuni se ne ha notizia. Anche le acque delle coste sahariane sono una fossa comune, non si contano più i motri.

MEDITERRANEO E ATLANTICO, UNICA FOSSA COMUNE - LE CIFRE DELLA STRAGE
Dall’inizio dell’anno, solo qualche fatto riportato dalla cronaca.
21 febbraio, Almeria: una imbarcazione con 28 persone di origine subsahariana naufraga a 60 miglia dalla costa, solo in 4 si salvano.
5 marzo, Mauritania: 45 persone a bordo di due pateras naufragano a poca distanza dalla costa, nessun superstite.
8 marzo: di fronte alla Mauritania nel pieno di una mareggiata affonda una patera con 40 persone a bordo mentre una pattuglia spagnola tentava l’avvicinamento…
25 aprile, Marocco; naufraga una imbarcazione con 30 persone; solo 5 i superstiti che raggiungono a nuoto la costa.
30 maggio: tra i 433 deportati, imbarcati dal Marocco su un volo diretto a Dakar, in 7 arrivano nelle bare.
4 luglio: la Gendarmeria marocchina scopre all’alba i corpi di 21 immigrati subsahariani sulla spiaggia di Foum el Oued, a circa 20 kilometri da Melilla. La loro imbarcazione è naufragata a poca distanza dalla costa. Sette persone, tra cui quattro donne, si sono salvate nuotando fino a riva; hanno raccontato che a bordo erano in 37. In meno di una settimana sono morti annegati nelle acque sahariane almeno 46 immigrati. La Gendarmeria marocchina ha rivelato che il 29 giugno erano stati trovati 3 cadaveri su una spiaggia nei pressi di Tan Tan; l’unico superstite ha raccontato che bordo della patera erano in 9, tutti marocchini.
2 agosto, Marocco: 28 cadaveri trovati all’alba sulla costa marocchina nei pressi della città di Datura, tutti subsahariani che viaggiavano a bordo di due pateras. Dopo il ritrovamento le forze di vigilanza hanno dato via ad operazioni di pattugliamento, individuando altre 49 persone pronte a partire. Una settimana prima le autorità marocchine avevano rimpatriato 280 immigrati, imbarcandoli tutti su un volo da Dajila a Dakar, e poi altri 104 deportati il 14 agosto da El Aaium verso il Gambia.

OLTRE AI NAUFRAGI, DEPORTAZIONI DI MASSA
Il Governo Zapatero deporta centinaia di persone. Solamente nel mese di agosto sono stati organizzati 3 voli (il 4, 7, 9 agosto) con un totale di 200 persone deportate dalle Canarie verso il Mali, senza tra l’altro nessun tipo di accordo firmato sui rimpatri. Dopo affrettate operazioni di identificazione gli immigrati vengono caricati sugli aerei e spediti in qualcuno dei Paesi subsahariani da cui si suppone provengano; qui abbandonati in zone desertiche o ancora detenuti in carceri o in campi di detenzione per immigrati. Oppure inviati nei CPT europei, Madrid e Barcelona (il nuovo centro di detenzione di Barcelona della Zona Franca, al centro di una recente protesta, è ormai in piena attività da circa metà agosto). Solo il Senegal ha tentato di interrompere questi rimpatri di massa, dopo i fatti del 31 maggio quando ci furono manifestazioni spontanee nelle strade di Dakar in seguito ai racconti dei maltrattamenti subiti dalle 99 persone deportate su un volo proveniente da Fuerteventura. In quel caso si parlava di cinghie di plastica e manette a bordo.
Ma il problema è che i ricatti europei sono pressanti: qualche misero aiuto economico in cambio di firme agli accordi sui rimpatri, collaborazione nella lotta all’immigrazione, ovvero via libera alla nuova colonizzazione di terre e mari africani.

LA STRATEGIE DI UNA COLONIZZAZIONE: TRA ACCORDI MILITARI E SACCHEGGIO ECONOMICO
Di fronte alla cosiddetta “valanga umana” che investe in particolare le Canarie è immediata la reazione dell’Europa: partono i pattugliamenti delle acque e dei cieli attorno ai Paesi africani da cui salpano le inbarcaioni degli immigrati, viene inviato l’esercito, navi, elicotteri. Si pianificano i rimpatri di massa, si accelerano le operazioni di identificazione (nascono le RABIT: Rapid Border Intervention Teams, ovvero squadre di intervento rapido costituite da esperti in immigrazione in grado di intervenire in situazioni di sbarchi massicci con compiti di identificare l’origine delle persone) e si allestiscono in fretta e furia nuovi campi di detenzione…
Tutto ciò fa parte del programma del FRONTEX, agenzia degli Stati europei per la sicurezza delle frontiere con sede a Varsavia, Italia e Spagna protagoniste.
E ancora, nasce il Plan Africa, piano di matrice spagnola (durata 2006-2008) che dietro ad una falsa dichiarazione di aiuti ed incentivi allo sviluppo per i poveri Paesi africani sottosviluppati nasconde ovviamente grassi ritorni economici ed interessi geopolitici di grande portata. Gli obiettivi dichiarati di sviluppo della democrazia e della pace e di promozione dei diritti umani bla bla… rimangono semplici intenzioni inconcrete. Al contrario appaiono ben più curate le questioni relative alla sicurezza ed alla lotta al terrorismo. Per esempio la lotta alla povertà tanto sbandierata sarà realizzata con strumenti non ben specificati e soprattutto compare un finanziamento in tale direzione di 400 milioni di euro per il 2006, una goccia nell’oceano… e molti degli aiuti economici indicati finiranno, al solito, ad orgnizzazioni straniere non specificamente locali-africane (per esempio alla Croce Rossa spagnola e alla Accem, Commissione Cattolica Immigrazione spagnola). Si insiste particolarmente su questioni legate ad interessi economici, ovvero accordi di pesca e sugli idrocarburi che permetteranno alla Spagna di attingere alle risorse africane. L’ipocrisia del Plan Africa è lampante, basta metterne a fuoco gli obiettivi:
- l’apertura di ambasciate e consolati spagnoli in numerosi Paesi subsahariani e dunque l’invio di truppe e funzionari vari;
- la richiesta di nuovi mezzi militari per il controllo delle frontiere;
- lo sviluppo di meccanismi per ottenere informazioni sulle rotte migratorie e sull’organizzazione degli immigrati;
- il rafforzamento dei processi di rimpatrio immediato ed il completamento della rete di accordi di riammissione;
- la costruzione di campi di detenzione per immigrati; in particolare in Mauritania in marzo sono stati inviati 3 aerei dell’aviazione spagnola carichi di materiale per la costruzione di un campo di concentramento a Naudibù, che sorgerà in tre giorni con una capienza di 200 posti, Oltre al materiale sono sbarcati 35 militari di Salamanca. In questo modo si prova ad arginare il sovraffollamento delle carceri di Naudibù, dove si trovano incarcerati molti immigrati in attesa di rimpatrio, in celle senza letti;
- ottenere dai Paesi Africani il via libera ufficiale allo sfruttamento delle loro risorse energetiche ed economiche: a questo proposito basta ricordare la stipulazionedi un nuovo accordo di pesca tra la UE e la Mauritania, firmato il 24 luglio e che avrà una durata di 6 lunghi anni; tale patto permetterà a circa 200 navi europee di pescare nelle acque mauritane a piacimento; i pescherecci che ne beneficeranno sono per lo più spagnoli ma anche italiani, portoghesi, francesi, tedeschi, olandesi ed inglesi. E non finisce ancora. Del 26 luglio la firma di un altro accordo di pesca tra la UE ed il Marocco: libera pesca per 100 pescherecci spagnoli.
Puro colonialismo, nient’altro che invasione militare dell’Africa di fronte ad una “emergenza immigrazione” che ogni anno si ripete e che quest’anno ha fatto alzare il tiro alle difese europee.

Le lotte locali contro i “semplici” CPT europei sono fondamentali nella misura in cui ci si rende conto che essi sono piccoli ingranaggi di un vasto e micidile sistema che sta in tempi rapidi mutando di forma e sperimentando nuovi metodi repressivi, nuove forme di detenzione e di sfruttamento del fenomeno immigrazione. Sappiamo dove andranno a finire gli immigrati “fortunati” che avranno superato i mille ostacoli del loro viaggio ed evitato il rimpatrio: nei campi di lavoro nero europei. Già si conosce il percorso di centinaia di uomini sbarcati alle Canarie e poi giunti in Spagna, per esempio nella campagna catalana, vicino a Lleida, dove stanno vivendo in accampamenti precari e lavorando alle raccolte agricole per 4 euro l’ora, ingaggiati sulla strada per tre-quattro giorni di lavoro, poi li cambiano con quelli più freschi e riposati. Solo un esempio. Solita storia.
Se da un lato l’Italia sta discutendo in questi giorni di concedere la cittadinanza agli immigrati dopo “soli” 5 anni, dall’altro sta partecipando attivamente al programma del Frontex inviando le sue truppe nelle acque africane.
Se la Spagna si è lavata la faccia con un paio di mosse scaltre, rinfrancando i cuori dei democratici - degli imbecilli - d’altro canto sta in prima fila nel processo di blindaggio delle coste e delle frontiere ed è artefice di una nuova sottile invasione dell’Africa.
I Governi europei sono i diretti responsabili delle stragi in mare, sono tutti complici di una mattanza di cui poco sappiamo, oltre che essere storicamente i primi artefici del costante impoverimento del continente africano.

 

Unità Proletaria (Collettivo Operaio)

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Sunday, September 10, 2006

SOLIDARIETA’

Lo stato spagnolo tortura! Solidarietà con i compagni arrestati del PCE(r)!


 

Abbiamo attaccato con due ordigni dei “botti” il consolato spanolo à Zurigo e l’Ente di Turismo spagnolo Seefeldstr. 19 à Zurigo.
Ancora oggi i militanti rivoluzionari al momento dell’loro arresto vengono sistematicamente torturati come ai tempi del franchismo. Durante 5 giorni di isolamento (incomunicados) essi sono nelle mani dei torturatori. Ogni anno passano per questo trattamento all’incirca un centinaio di militanti baschi/e così come anarchici e comunisti.
Il 9 giugno ‘06 tre membri del PCE(r) ((partito comunista ricostruito nel ‘75)) hanno subito anche delle umiliazioni sessuali ed una è stata violentata. Proprio quets’ultima aveva già passata vent’anni in carcere per la sua militanza antifschista, e aveva partecipato a tutte le lotte in carcere. Partecipò alla fondazione del Collettivo carcerario delle donne “Carmen Lopez” e e dopo la sua liberazione raggiunse i suoi compagni del PCE(r) in clandestinità.
Il compagno passò anche lui vent’anni di carcere, per la sua militanza antifscista. Anche lui visse il carcere lottando e integrò il collettivo carcerario “Carlo Marx”. Così come raggiunse il PCE(r) in clandestinità nel 2000 dopo la sua liberazione.
La terza militante fa parte del PCE(r), partecipa ai movimenti di solidarietà con il Chappas e la Turchia e al Collettivo delle donne “Pipi”.
Questa tortura, pure rispetto a la pratica corrente in spagna è stato molto pesante. E cioè proprio come forma punitiva rispetto alla continuità e coerenza di tali compagni/e che non si sono fatti/e piegare da così tanti anni di carcere e che continuano a militare pure negli anni seguenti, raggiungendo di nuovo i loro compagni nella clandestinità.
Con queste due azioni ci solidariziamo con Aranta Diaz Villar, Juan Garcia Martin e Carmen Layetano Navaro.

Libertà per tutti/e prigionieri/e politici/politiche
Per una prospettiva rivoluzionaria

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